A quattro anni da “Stumpwork”, tornano i Dry Cleaning. Il nuovo album "Secret Love" ha avuto una gestazione lunga e articolata: iniziata nelle sale prove di Peckham, nella periferia di Londra, è proseguita tra gli studi di Dublino con Alan Duggan e Daniel Fox dei Gilla Band, passando per i Sonic Studios, sempre a Dublino, e per lo studio di Jeff Tweedy a Chicago, per essere infine completata al Black Box, nella Valle della Loira, con Cate Le Bon in veste di produttrice.
La musicista gallese, che prende il posto di John Parish - produttore della band fin dagli esordi - riarreda il suono dei Dry Cleaning esplorando nuove direzioni: entrano in gioco synth, doppie voci, texture più stratificate e suggestioni che richiamano il suo art-pop surrealista. Il gruppo dimostra così la volontà di uscire dalla gabbia del post-punk che aveva caratterizzato l’esordio “New Long Leg” e che già nel sophomore “Stumpwork” aveva iniziato a mettere in discussione.
Già in fase compositiva emerge un uso diverso della voce di Florence Shaw: meno distaccata e immersa esclusivamente nel flusso dello spoken word, più coinvolta nello sviluppo musicale della band, senza rinunciare a passaggi quasi cantati. La copertina sembra rimandare al celebre taglio dell’occhio di “Un Chien Andalou” di Buñuel, manifesto del cinema surrealista, ma anche all’appannamento dello sguardo contemporaneo: una visione offuscata dai social e da un sistema informativo che tende a deformare la realtà, alimentando forme di fanatismo sempre più intolleranti. Un tema certamente caro alla band, ma non l’unico, che si inserisce in un universo lirico più ampio, esplorato nei testi di Florence Shaw attraverso un flusso libero e privo di barriere.
Nelle sue canzoni sfilano personaggi bizzarri e situazioni quotidiane portate all’estremo: figure disposte ad accettare orgogliosamente ruoli lavorativi poco edificanti (“Cruise Ship Designer”), a rivendicare senza vergogna l’amore per il cibo carbonizzato (“Evil Evil Idiot”) o a celebrare i piaceri di una giornata solitaria, in cui “nessuno si presenta con una videochiamata, un sondaggio o una foto del pene” (“Let Me Grow And You’ll See The Fruit”).
Non mancano le frustrazioni femminili dopo anni di lavori forzati in cucina (“My Soul/ Half Pint”), la difficoltà di convivere con le sofferenze delle guerre sparse per il mondo (“Blood”) e la fatica di restare positivi in una realtà sempre più instabile (“Joy”). Il tutto è attraversato da ironia, ossessioni, nonsense, derive dell’inconscio e richiami alla retorica pubblicitaria: in definitiva, il mondo surreale e incantato della meditabonda Florence Shaw.
Dal punto di vista musicale, “Secret Love” è senza dubbio l’opera più varia dei Dry Cleaning, capace di coniugare linguaggi differenti, valorizzati dalla produzione sofisticata e visionaria di Cate Le Bon. Il disco riesce infatti a mettere insieme ruvide ritmiche squadrate e eleganti linee di chitarra (“Hit My Head All Day”), riff alla Keith Richards (“The Cute Things”), fingerpicking folk di matrice anni Sessanta (“Let Me Grow And You’ll See The Fruit”), sottili melodie di synth intrecciate a texture vocali alla Laurie Anderson (“I Need You”), ma anche bassi circospetti dilaniati da esplosioni distorte (“Evil Evil Idiot”) e discese negli inferi trainate dalla chitarra corrosiva di Tom Dowse (“Rocks”).
Se uno dei titoli può essere letto come un messaggio, “Let Me Grow And You’ll See The Fruit” sembra riassumere perfettamente il senso dell’album.
Con “Secret Love” i Dry Cleaning mostrano finalmente il frutto del loro percorso: cambiano i connotati della proposta musicale restando però fedeli alla loro formula. Una formula che poteva apparire limitata e a rischio di ripetizione, ma che qui dimostra invece di sapersi rinnovare e convincere più che mai.