MAPPE OF - Afterglades

2025 (Paper bag)
folktronica, indie-folk, progressive folk

Staring down the barrel of a crisis

Carried on in spite of it

How did we become so blind in our visions

Become defined in ‘em?

(“Obsoloscenic”)

 

Se i Bon Iver intimisti di “For Emma, Forever Ago” e quelli visionari di “22, A Million” fossero due poli di uno stesso campo magnetico, “Afterglades” starebbe esattamente lì in mezzo. Un ago di bussola capace di indicare una via tra i due estremi. Raccolto ma aperto, prossimo e insieme proiettato in avanti, il terzo album del trentaduenne dell’Ontario Tom Meikle si sviluppa lungo una linea di continuità che va dall’essenziale al prismatico, integrando l’elettronica come ampliamento, non come rottura.

Malinconia luminosa e distopia: visioni di domani per osservare un presente che ci sfugge

 
Cantautore e polistrumentista, unico intestatario del progetto Mappe Of, Meikle torna dopo una lunga pausa seguita ai brillanti “A Northern Star, A Perfect Stone” (2018) e “The Isle of Ailynn” (2019), con un semi-concept dall’ispirazione post-apocalittica – ma dagli umori carichi di speranza. Le “Afterglades” del titolo, alla lettera qualcosa come “radure del dopo”, sono spazi di possibilità, visioni che guardano al futuro per interrogare il presente. I testi si muovono così su un doppio registro, quotidiano e speculativo, come se l’oggi venisse osservato da un domani che lo ha già archiviato: uno sguardo obliquo ma familiare, e sorprendentemente empatico.

Musicalmente il disco vive di equilibri sottili. “Spiritguide” apre in modo pacato e avvolgente, tra arpeggi acustici tintinnanti, svolazzi orchestrali e una malinconia luminosa che man mano prende forma corale. “Happiness In The Singularity” si sviluppa invece su un ritmo folktronico spezzato, che alimenta stop’n’go mai concitati, accompagnando versi sospesi tra nostalgia domestica e fantascienza quotidiana:
Tripping through the flashbacks

Watching old tapes by the staircase […]
Aimless in the archives ’til an android comes to wake me
Memories on a hard drive ’til a solar flare will erase me.

Fra acustico e digitale, dilatando tempo e spazio senza alzare il volume
 
La chitarra è spesso il vero fulcro espressivo del disco: fraseggi scheletrici ma incisivi, con una spigolosità liquida che fa pensare ai grovigli post-rock dei Gastr del Sol. In “Terraforming Moons” si arrotola su sé stessa in un quasi-assolo dal sapore Midwest emo, trovando proprio in quel movimento concentrico una sorprendente dimensione epica. La strofa di “Honeyhaze” è Americana svuotata proprio sulla falsariga di Justin Veron, mentre “Watching A Chrysalis Form” e “All That’s Ever Mattered Is In This Greenhouse” sfociano in un progressive folk lento e avvolgente, che gioca sulla dilatazione del tempo più che del volume.

I contrasti vengono invece a nudo in “A Scourge Laid Upon Earth”, costruita su dinamiche quiet/loud in cui il crescendo ritmico si fonde a un pienissimo di chitarre granulari, digitalmente sature, sospendendo l’atmosfera fra colori sintetici e un’accecante luce naturale.

Alla fine, “Afterglades” funziona come un osservatorio: guarda avanti per leggere meglio il presente, e studia scenari distanti per andare a fondo di ciò che più ci segna. La scrittura rimane sempre ancorata a una dimensione umana, anche quando il suono si fa più mediato, più stratificato, più distante in apparenza. È in questa tensione irrisolta – fra memoria e proiezione, fra tecnologia e vissuto – che il disco trova la sua misura. Non scioglie le ambiguità, ma costruisce un laboratorio per sondarne, affascinati, le increspature.

05/01/2026

Tracklist

  1. 1. Prologue
  2. 2. Spiritguide
  3. 3. Happiness In The Singularity
  4. 4. Terraforming Moons
  5. 5. Artifacts
  6. 6. Honeyhaze
  7. 7. Obsoloscenic
  8. 8. Watching A Chrysalis Form
  9. 9. All That's Ever Mattered Is In This Greenhouse
  10. 10. A Scourge Laid Upon The Earth
  11. 11. Afterglades