Sam Barker costruisce il suo mondo nel caso calcolato, quello che
Iannis Xenakis chiamava stocastico. Nel caso di "Stochastic Drift", l'incantesimo del suono aleatorio si fa riflesso delle incertezze umane e delle ombre del post-pandemia. L'artista medita sulla propria vulnerabilità e su un'esistenza sospesa tra disoccupazione e riscoperta di sé. Lo fa attraverso la sua
drumless techno, già emersa come lingua madre nel luminoso e avvolgente "
Utility" del 2019.
Oggi, Barker plasma strumenti che si auto-generano: si trasforma in druido di circuiti, evocando scenari notturni permeati da un'estetica
future trance, come se
Lorenzo Senni fosse stato assimilato da un'intelligenza sintetica. Abbandonata la cattedrale
Ostgut Ton,
label ufficiale del
Berghain, per abbracciare Smalltown Supersound, etichetta che ha ospitato
Jaga Jazzist,
Kelly Lee Owens e
Lindstrøm, il mistico del caos cerebrale si spoglia dell'armatura da
clubber per costruire un orizzonte caleidoscopico, un prisma ipnotico dove i sintetizzatori balbettano ritmi spezzati su tessiture granulose e bassi affilati come laser.
Attraverso la manipolazione degli strumenti digitali, "Stochastic Drift" indaga al tempo stesso la matematica e lo smarrimento dell'io, tracciando traiettorie mentali fluide e sognanti, dove le melodie si disfano in continue rigenerazioni. È come se un
Mark Fell androide si riscoprisse organico, lasciando affiorare presenze
future jazz (la
title track, un
trip lisergico di sintesi sottocutanee e variazioni liquide) e carezze
ambient che fluttuano tra pensieri sussurrati come espressione della propria umanità ritrovata. Ci troviamo in terre ancora poco cartografate, e Barker dimostra di avere ancora costellazioni da esplorare.