“Za górami” è un’espressione polacca che può essere tradotta alla lettera con “oltre le montagne” ma che in realtà svolge un fondamentale ruolo narrativo, assumendo la funzione che per noi può avere il “c’era una volta”. È di storie, infatti, che pullula il qui presente disco, storie che i tre musicisti chiamati a realizzarlo (Alice Zawadzki alla voce e al violino, Fred Thomas al pianoforte, alla viella e alla batteria, Misha Mullov-Abbado al contrabbasso) hanno appreso da amici sparsi nel mondo, storie che reinterpretano con estro e calore, muovendosi in piena libertà dal Venezuela alla Francia, dall’Argentina alla Polonia, senza dimenticarsi del ricchissimo lascito della cultura sefardita.
In questo grandioso affresco letterario, i dieci brani del disco partono da una comune matrice jazz che giustifica pienamente i blasoni della benemerita Ecm, si dirigono però alla volta di uno sfaccettato prisma tradizionale che l’etichetta tedesca ha talvolta trattato, in un catalogo tanto ristretto quanto selezionato. Ogni racconto diventa così il punto di partenza di una fiaba tutta da scrivere.
I temi del viaggio? Eterni quanto l’umanità stessa: gioia e dolore, supplica e amore, un fitto insieme di emozioni e umori permea le storie del disco, con ogni capitolo a diversificarsi nel tono, nelle scelte strumentali e soprattutto nel carattere interpretativo di Zawadzki. Viene “facile” ritornare con la memoria a un’altra spedizione per lo spazio e il tempo quale fu “Hirundo maris” di Arianna Savall, altro passaggio straordinario dell’archivio tradizionale Ecm, e in effetti la ricerca del terzetto non viaggia molto lontano da quelle coordinate, nel modo in cui si immerge nel passato senza lasciarsi sopraffare. Lo domina piuttosto, lo dirige verso un eterno che esalta le specificità linguistico-melodiche di partenza dotandole di un nuovo assetto: la pioggia messaggera di “Dezile a mi amor” diventa il battito ostinato, la scansione senza sosta di una batteria che incalza impugna il suo disperato appello d’amore. “Los Bilbilikos” attende con trepidazione l’avvento della primavera, canto d’usignolo che una struttura in continua evoluzione (tutta poggiata sui contributi di viella e contrabbasso) rende palpitante. Laddove “Nani nani” si fa notturno doloroso, esercizio dal carattere romantico su una brutta vicenda d’infedeltà (il canto a indovinare tutto l’affanno e la lotta del momento), “Arvoles lloran por lluvias” è sortilegio neoclassico, contemplazione in cui natura e sentimento procedono di pari passo, disegnando i contorni di un’immersione panica.
Anche quando il calendario segna date più prossime al Ventunesimo secolo, la materia del terzetto rimane comunque ancorata a un oltre difficilmente collocabile, svela tutte le pieghe di un’estetica dalle finissime mutazioni espressive. Il senso del proibito che anima “Suéltate las cintas” rende l’originale di Gustavo Santaolalla un affare ben più complesso, cantata tanto invitante quanto ombrosa, contrassegno emozionale dei precisi cambi di registro di Zawadzki. E così “Tonada de luna llena” del compianto Simón Diaz monta lenta su accorti accenni di pianoforte, il tocco a portare il trio verso distesi lidi meditativi.
Che l’umore si faccia d’improvviso minaccioso (la title track, drammatico lied da camera) o che riscopra il suo lato più commosso (la monodia ipnotica di “Gentle Lady”, unico brano originale del disco), “Za górami” è mosso da un cuore bruciante, presenta l’eccellente sinergia creativa del terzetto, capace di insediarsi in una nicchia esclusiva. Oltre le montagne, una storia sempre viva.
18/12/2024