Siamo in Pennsylvania, territorio dove - a quanto pare – crescono non soltanto eroine del country e superstar del pop, ma anche giovani che manifestano ancora la voglia di far suonare forte le chitarre, sparando al massimo gli amplificatori, attingendo a tutto l’immaginario sonoro shoegaze-noise-grunge che ha contribuito a rendere immortali gli anni Novanta. I Catatonic Suns sono orgogliosamente fra questi: si tratta di un giovane trio finora sconosciuto dalle nostre parti ma con le idee chiarissime, in pista dal 2019 e appena giunto al traguardo del terzo omonimo album, il primo su Agitated Records dopo due autoprodotti. I settaggi della loro effettistica sono sincronizzati con gran parte dei prodotti editi trent'anni fa da Sub Pop, Creation e 4AD, e ricontestualizzare quel caos ordinato a uso e consumo del nuovo millennio pare proprio essere la principale ragione di vita dei tre americani.
Otto canzoni per complessivi trentuno minuti di sana energia, inaugurati da suoni e architetture che ricordano i primi Smashing Pumpkins (“Deadzone”), presto accompagnati da decise infusioni heavy-psych (“Slack”), qualche momento più rotondo prossimo ai Nothing meno aguzzi (“Failsafe”), presto intrecciato con inconsapevoli riferimenti ai Motorpsycho (chissà se ne avranno mai sentito parlare, ascoltando “Sublunary” si direbbe di sì).
Inconfutabilmente Nirvana in “Be As One” e “Inside Out” (una cover dei corregionali Original Sins), vicinissimi agli Alice In Chains in “Fell Off”, tanto per cementare un legame solidissimo con la scena di Seattle, nella più estesa “No Stranger” il trio ricorre a riverberi e tinte darkwave, senza mai lesinare urla liberatorie impregnate di rabbia e disagio. Un nuovo capitolo dell’eterno Nineties revival, tanto per confermare – un volta di più - che i ragazzi con le chitarre oggi esistono ancora…