Kristian Matsson non è più “sulla cresta dell’onda” da diverso tempo, se mai lo è stato. Non che fosse l’unico a esibirsi da solo con la sua chitarra, ma certamente lo faceva con uno stile più ruspante e privo di pretese, rispetto ai contemporanei.
Col tempo la sua musica si è arricchita di vari elementi, forse in fin dei conti superflui, forse un aiuto per coprire una scrittura che non sempre mantiene l’afflato degli esordi, ma sostanzialmente è rimasta la stessa. E questo per molti rappresenta forse un demerito, ma sicuramente dimostra che The Tallest Man on Earth sa bene che non è reinventandosi stilisticamente che si può magicamente recuperare ispirazione.
In “Henry St.” tenta in qualche modo di uscire dalla trappola della ripetizione, già presente nel precedente “I Love You. It’s A Fever Dream”, una specie di riproposizione meno lo-fi dello spirito d’emozionalità esuberante degli esordi.
Lo fa accontentandosi a volte di un’Americana piuttosto incolore (“Goodbye”) o abusando un po’ del monologo al pianoforte (la title track), a volte trovando comunque una quadra negli arrangiamenti (“In Your Garden Still”, “Bless You”).
Il risultato è forse più accattivante a un livello tutto sommato epidermico e radiofonico (“New Religion”, “Italy”), ma rappresenta comunque un insieme di canzoni del tutto dignitose, nessuna che spicca né demerita particolarmente nel repertorio di The Tallest Man on Earth.
21/06/2023
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