Nel suo continuo andirivieni dalla line-up dei Red Hot Chili Peppers, John Frusciante, nel corso degli anni, è stato abile nel costruirsi una carriera solista fitta di pubblicazioni, talvolta trascurabili, ma comprensiva di alcuni picchi di pregevole fattura (vedi “Shadow Collide With People” del 2004 e “Curtains” del 2005).
Tralasciando, per un momento, il suo ruolo di chitarrista, ovvero quello di cantautore borderline, da un po’ di tempo a questa parte il musicista newyorkese si è proiettato nell’approfondire una sua atavica – per lungo tempo recondita – passione, quella per la musica elettronica.
Se il recente progetto “Maya” lo aveva visto esplorare con discutibili risultati il territorio vicino alla Idm, dopo aver sondato anche i territori della minimal techno con lo pseudonimo “Trickfinger“, in questo nuovo lavoro double face dal titolo “.I:” e “:II.”, il buon John decide di orientarsi verso panorami decisamente più oscuri, che si incasellano tra dark-ambient, glitch e drone-music.
Probabilmente, anche per una trascinante volontà di resettarsi dal mondo sempre ricco di aspettative dei Red Hot, tra l’altro evidentemente prolifico in questo periodo vista la pubblicazione di ben due corposi album nel giro di sei mesi, Frusciante ci immerge lungo questi dieci interminabili strumentali (il disco dura ben 103 minuti) in una sequenza di suoni ipnotici e dilatati all’inverosimile, quasi una sorta di lobotomia virtuale lanciata in direzione di luoghi siderali che probabilmente solo l’artista newyorkese riesce a scorgere appieno.
Il pensiero che ha motivato Frusciante alla creazione di questi brani è quello di percepire le sue musiche come sculture solitarie immerse in uno spazio sonoro che non imponga confini, con la capacità di trasmettere contemporaneamente sensazioni di moto e di immobilità. Frusciante si è, inoltre, autoimposto di evitare cambi armonici improvvisi, soprattutto evitando sequenze di note e ritmi.
Il doppio identificativo assegnato all’album non è altro che la suddivisione delle due modalità di diffusione del progetto: “.i:”, quella ridotta, distribuita in formato vinile non solo per motivi di spazio, ma anche perché alcune frequenze sonore sarebbero state irriproducibili su questo supporto, e “:ii.”, quella completa, rilasciata su tutte le piattaforme digitali e su cd.
La tensione creata dall’elettronica scaturita da sintetizzatori Elektron come l’Analog 4 e il Monomachine, manipolati per circa un anno e mezzo da Frusciante, è palpabile fin dall’opener “Golpin”, dove le frequenze sintetiche tendono ad assomigliare a un groviglio di filo spinato elettrificato.
L’immersione in immaginari fondali marini scandagliati dai sonar (“MK 2.1”), i tenebrosi scoppiettii di “Pyn”, i gravosi saliscendi di “Blesdub Dot”, gli incubi dissonanti di “Unitiled”, sono la diretta testimonianza di essere al cospetto di un’operazione sperimentale elevata all’ennesima potenza. Gli insistenti ronzii di “Clank”, il rombo ribollente di “Frantay” e le tempeste elettriche previste in “Galvation” e “Sluice” accompagnano alla chiusura affidata a “Firpln”, luogo dove su un tappeto di lancinanti e lugubri atmosfere sembra manifestarsi il tremore offerto da suppellettili scosse da un’imminente catastrofe.
“.i:” o “:II.”, appellatelo come volete, è un prodotto ostico, non c’è alcun dubbio, che si lascia comunque preferire alle svisate techno che Frusciante ha talvolta progettato per alcuni suoi Lp solisti.
Questa musica ha come unico obiettivo quello di esistere, senza tentativi di condizionare o afferrare l’ascoltatore. Raggiunge il suo apice comunicativo con un ascolto dedicato, se possibile effettuato in cuffia, pur conservando alcune funzionalità anche a basso volume, come sottofondo. Può competere con il silenzio, solo alle particolari condizioni imposte da quest’ultimo, ma può anche fungere da totale cancellazione di ogni stato di quiete.
08/02/2023