“Parrhesia” non è l’album più entusiasmante degli Animals As Leaders. Non è nemmeno il più adatto per addentrarsi nella loro musica. Se siete fan della band, comunque lo ascolterete e ci troverete dentro quanto atteso: virtuosismo, complessità, controllo, impeto. Il terzetto di Washington DC è campione di funambolismo all’interno del filone djent e sa perfettamente mantenersi all’altezza del proprio titolo.
A mancare sono però le sorprese. Complici due scelte deliberate – aumentare l’irruenza e realizzare il nuovo disco dandosi tutto il tempo del mondo – i nove brani strumentali risultano meno dinamici e meno immediati rispetto agli episodi precedenti. Chi conosce il gruppo si troverà a suo agio nella sua vorticante formula smooth metal, fra sfuriate di chitarra elettrica in ogni tempo possibile, assolazzi jazz fusion misti a synth pad digitali, poliritmi come se piovesse, incastri e spigoli. Abituati però a farsi rapire dai brani per i loro slanci melodici, le atmosfere cangianti e gli scatti da uno stile all’altro, ci si potrà sentire disorientati all’ascolto di un’opera decisamente più uniforme e impenetrabile.
La classe è la stessa di sempre, e anzi il livello di intricatezza delle composizioni pare ancora maggiore del consueto, ma la ricchezza tecnica non è sempre affiancata da versatilità evocativa. La prima traccia catapulta al centro di una qualche sparatoria interstellare condotta a raggi laser e palm mute, la seconda… anche, e così la terza, la quarta, e via dicendo. Bello, efficace, ma ripetitivo nel suo cambiare continuamente – sempre tenendo l’acceleratore tirato al massimo, e la raffica di semibiscrome sullo stesso incessante fiotto.
Se mi dicessero che i pezzi sono stati composti algoritmicamente, o programmati per seguire in modo flessibile il gameplay di un videogioco, ci crederei senza fatica. Sembra musica realizzata da un’IA istruita per riproporre all’ennesima potenza lo stile degli Animals As Leaders, senza però replicarne la capacità di stregare. Non serve infatti scomodare i maestri Cynic e Meshuggah per indicare vie più comunicative al connubio jazz/metal estremo: basta riascoltare i precedenti dischi della band. O soffermarsi sui brani più a fuoco di quest’ultimo “Parrhesia”: “Monomyth” con la coltre enigmatica dei suoi arpeggi di synth in apertura, “Thoughts And Prayers” che vede i due chitarristi Tosin Abasi e Javier Reyes muoversi lungamente su traiettorie ariose (mentre sotto il buon Matt Garska persevera nel pestare la batteria come un fabbro). E, soprattutto, la caleidoscopica “Micro-Aggressions”, un tripudio di stop&go e intromissioni digitali che in quattro minuti condensa magistralmente quella fluidità nei cambi di clima che nel resto del disco, purtroppo, latita.
30/03/2022