La
batida, un po' come il
gqom e il
kwaito in Sudafrica, così come il
footwork a Chicago, è in primo luogo espressione di comunità, di riscatto dall'emarginazione, politica e sociale, che affrontano intere fasce di popolazione, per diventare solo in un secondo momento soggetto di scrutinio e apprezzamento da parte degli appassionati di elettronica di tutto il mondo. Qualche coordinata per comprendere di chi e cosa si parla. Lo scenario in cui nasce e si sviluppa la
batida (termine traducibile con “beat”) è quello dei
bairros di Lisbona, dei quartieri popolati dagli immigrati di tutta l'ex-area lusofona e dai loro figli, trovatisi di fronte a uno straordinario
melting-pot di influenze culturali, che spaziano dal Portogallo stesso ai Paesi di provenienza delle proprie famiglie, passando per i contatti con l'intero continente africano e naturalmente l'universo anglosassone. Un bagaglio di esperienze e spunti, che si traduce in combinazioni musicali e ritmiche uniche e peculiari, tutte atte a costruire quella che è l'attuale scena elettronica di Lisbona, e quindi la
batida: dal
kuduro alla
kizomba, passando per più recenti evoluzioni come il
tarraxo e la
fodencia, i ritmi di Angola, Capo Verde, Guinea-Bissau, São Tomé e Príncipe e Mozambico si fondono con le moderne evoluzioni produttive della musica dance occidentale in una miscela selvaggia e fieramente urbana di
beat frastagliatissimi e timbri imprevedibili, sintesi e allo stesso tempo superamento della molteplicità di riferimenti da cui traggono spunto.
In questo fitto dialogo tra mondi, culture e tendenze, l'operato di Nídia Sukulbembe (precedentemente nota col cognome d'arte Minaj, a omaggio della
nota rapper caraibica) spicca su gran parte della scena, con una grinta senz'altro dettata dalla giovane età (soli 20 anni) ma anche da un
savoir-faire e un controllo del proprio
beatmaking da autentica fuoriclasse. Se esiste un vero nome da “esportazione” di questo febbricitante crocevia portoghese, quello della
producer adesso di stanza a Bordeaux è il più indicato.
Nome di punta della
Príncipe, il veicolo primario di diffusione della nuova musica della capitale portoghese, anche se soltanto al primo
full-length, la spigliata
producer mostra di essere tutt'altro che acerba nell'estetica e nella gestione dei suoi complessi incastri ritmici, facendo fruttare l'esperienza acquisita da anni di sperimentazione nel suo studio privato e di conoscenza diretta dell'ambiente creativo dei
bairros di Lisbona (nei quali ha vissuto fino al 2011). Nella mezz'ora di “Nídia é má, Nídia é fudida” si evidenziano il grado di consapevolezza raggiunto dalla ragazza e l'evoluzione stilistica compiuta nel solo arco di due anni rispetto all'Ep di esordio: le cadenze della
batida e più specificatamente del
kuduro vengono ormai sfruttate in ogni loro possibilità espressiva, masticate e mescolate con le più inaspettate influenze esterne, in un gioco al massacro di ogni convenzione e formula. D'altronde, lo stesso titolo dell'album (chiaro riferimento all'attitudine “badass” della sua autrice), così come una dichiarazione d'intenti come “Mulher profissional”, parlano della fiducia nel proprio valore, della serietà infusa nelle sue realizzazioni.
Di valore, in questo pulsante e trascinante avvicendarsi di rapidissimi bozzetti che raramente sorpassano i due minuti e mezzo, ve n'è a profusione: la già citata traccia d'apertura, tra ottoni campionati in frenetica successione, fluide linee di basso e una vitalità di stampo funk, funge da perfetta cartolina dello stile ipercinetico, minimale e succinto della produttrice, incentrato perlopiù sullo studio dei timbri e sulle loro complesse dinamiche di ibridazione. Un po' alla stregua dell'estetica frammentaria di
Zomby, Nídia concepisce i suoi pezzi in funzione degli incastri sonori e delle brulicanti fantasie ritmiche che li sorreggono, lasciandoli estinguere non appena hanno esaurito il loro compito.
Nell'avvicendarsi delle soluzioni dell'album, gli stacchi ritmici escogitati dalla
producer si trovano quindi di fronte a un'inimmaginabile quantità di spunti da cui trarre ogni possibilità di combinazione, in una diversificazione quanto più efficace della proposta. Nei momenti più sincopati e apparentemente caotici, si evidenziano in particolare le abilità di gestione di Nídia, il fattore principale che la staglia di netto rispetto ai compagni di etichetta. In “Brinquedo” i
loop di pianoforte e percussioni mantengono assieme ai
sample vocali una sorta di parvenza melodica, nonostante i fulminei elementi di disturbo che provano a spezzarne l'andamento, in “Toma” il nervosismo della progressione scopre il fianco alle pulsioni più electro dell'autrice, a cui fa da controvoce “Arme”, dove un triplo tessuto ritmico funge da convulso (e comunque organizzato) sostegno ai commenti sintetici in primo piano.
Anche nell'optare per una maggiore semplicità timbrica, il risultato non passa affatto in sordina: in “I Miss My Ghetto” (l'unico momento nostalgico del lavoro) il battito spezzato, dalle cadenze quasi
afro-house, sorregge soltanto un breve commento di pianoforte, ma è più sufficiente per ricreare l'atmosfera nostalgica desiderata sin dall'
incipit, in “Sinistro” il tocco si fa più sfumato e giocato su elementi percussivi più radi, atti a sostenere i vocalizzi piegati a modulare un canto
muezzin, “Indian” preme invece senza compromessi su un totale minimalismo, snodandosi in meno di un minuto tra parchi contributi vocali e un
beat appena sviluppato.
In questo poliedrico caleidoscopio votato alla celebrazione del ritmo, l'accoppiata “Biotheke”-“Underground” circoscrive ed esemplifica al meglio le abilità e la curiosità della portoghese, la grinta infusa a un manifesto espressivo già di per sé alquanto energico. Dapprima Nídia priva la composizione di ogni riferimento percussivo o strettamente geografico, puntando dritta all'essenza del suo stile attraverso l'impiego pressoché esclusivo dei bassi, dall'altra invece simula chitarre funk in un bozzetto che si fa man mano più complesso e stratificato, spezzando le linee sonore in un disegno armonico che porta l'estetica
kuduro a incrociarsi col
footwork al di là dell'Atlantico.
Come lo si prenda, l'album della lisbonese centra perfettamente il proprio obiettivo, saggia i limiti e le potenzialità della scena della capitale del Portogallo, escogitando nuovi approcci e letture, affinando al contempo gli elementi di una personalità esplosiva e in precedenza non sempre a fuoco. Quale che sia il futuro di questa promettente
producer, è sicuro che con questo suo primo album la
batida ha trovato una preziosa pietra angolare.