Reykjavik 2017, fra ghiacci, geyser e aurore boreali, la buona musica è una costante: da
Bjork e i
Sigur Ros in poi l'Islanda è diventata un'isola che non percepiamo più come troppo distante, con quel sottobosco artistico in continuo fermento.
L'ultima novità in ordine di tempo è rappresentata dai Vök, affacciatisi sul mercato discografico con un paio di Ep, e ora pronti al grande salto grazie a un disco caldo e piacevole, che parte dalla narcosi
trip-hop molto
Portishead di "Breaking Bones" (con la fascinosa voce di Margrét Ràn Magnùsdòttir che si mette in scia al mito di
Beth Gibbons) per gettarsi fra le braccia ora degli
XX e ora dei
Daughter.
Qualità e pulizia sono le direttrici principali di dieci tracce malinconicamente avvolgenti ("Don't Let Me Go", "Crime") che sublimano gli inconfondibili istinti electro mantenendo sempre accesa la miccia di quella tensione emotiva che si muove sottopelle ("Polar").
"Figure" è un disco
dream-pop elettronico elegante e raffinato, denso di
beat morbidi ("BTO") che ne definiscono l'estetica, con il suono balearico degli XX - perfetto da servire al tramonto - che emerge in particolare nella
title track e in "Show Me", influenzando in maniera determinante l'intero lavoro, sino al pianoforte che introduce la conclusiva "Hiding", il tocco atmosferico fragile e notturno che fissa l'istantanea finale.