Polacca (ora di base a Varsavia), la cellista Karolina Rec, dapprima membro dei locali Kings Of Caramel e poi ricercatrice sonora in svariate esperienze (tra cui la colonna sonora di “Krolic Po Berlinsku”, 2009), debutta solista a nome Resina.
Tenui vibrato e tremolo in “Tatry I” creano sospensioni con echi di tintinnabuli alla Arvo Part, su cui costruisce con una sorta di fugato il suo frasario gelido, soffi sibilanti che sono un po’ la metafora di una scoperta arcaica. Dopo l’intermezzo brillante di “Flock” (ma aperto da un’improvvisazione raddensante), “Tatry II” è il suo adagio – un prisma rotante basato su una nota tenuta – con cui riprende il discorso (anche questa sembra una piccola rielaborazione del “Tabula Rasa”).
“Nightjar” ambisce a legare un om tibetano, un passo di tango e una concertazione vivaldiana, fallendo, e la pièce più ambiziosa, “Dark Sky White Water”, insistita su un caleidoscopio di armonici e percussioni d’archetto, è la più vuota. Dopo tanto gelo arriva in “Not Here” il tocco caldo del pizzicato; il coro celestiale che ne segue dà il sospetto che Rec voglia semplicemente esplorare le possibilità del suo strumento con la tecnica di Julianna Barwick.
Registrato in un’unica tranche, in presa diretta e in gran fretta, tra un’attività e l’altra, con un episodio fortuito (sostituzione del violoncello a lavorazione già iniziata), e una produzione minima da parte dell’ex-collega Maciej Cieslak, è un disco di tecniche, anche dotte e ardite, libere nel portamento, e spesso ad alta densità sonica. Non di idee. Manca la stoffa della compositrice coraggiosa: a ricordarlo è un inflazionato procedimento per accumulazione – tape loop et similia – che stanca per ipnosi.
13/10/2016