Una premessa è d'obbligo. Questa critica è stata scritta sotto l'effetto di un sortilegio. Non si spiega altrimenti l'omessa notifica o quasi, da parte nostra, di un debutto solista che per Britta Phillips arriva a quasi cinquantatré primavere, dettaglio non proprio di poco conto quando si debba compilare la lista degli eventuali argomenti a sfavore. Certo, a uno sguardo distratto il curriculum dell'artista statunitense mostra una già ragguardevole lunghezza, ma non c'è voce che non l'abbia vista recitare in un ruolo subordinato o, al più, da comprimaria. Quantomai remoti gli esordi a metà anni Ottanta, quando la fanciulla newyorkese (d'adozione) prestava il canto alla celeberrima Jem dell'omonima serie animata, ma non meno datato il lungo tirocinio indipendente nel corso delle successive due decadi, dallo
shoegaze dei Belltower al noise-pop degli Ultrababyfat passando per le meraviglie del marchio
Luna, in combutta con il futuro marito
Dean Wareham. E questo senza dimenticare il progetto coniugale a tratti sontuoso (il favoloso "L'Avventura", del 2003) Dean & Britta, ancora una volta fresco di collaborazione per una
colonna sonora con il regista Noah Baumbach (per il quale la coppia ha anche recitato nell'acclamato "
Frances Ha").
Già sembra di scorgerla, l'opinione di chi liquiderà con fare sbrigativo e la solita sufficienza
un ascolto e via "Luck or Magic", "collezione di orgasmi simulati" a esser gentili. Gente immune all'influenza del bello, evidentemente, gente abbruttita nello sfoggio del disincanto. A chi scrive, il disco fa un altro effetto: coercitivo, inebriante, obnubilante. E poco importa per i limiti che pure si intuiscono, là sullo sfondo, per la risicata riserva di brani originali (appena cinque, su dieci titoli) o la scelta di affidarsi a un produttore - Eric Broucek, già al lavoro con
Simian Mobile Disco,
Fucked Up,
Lcd Soundsystem e
Hercules & Love Affair - per nulla avvezzo al cantautorato languido di cui la Nostra è da tempo espressione.
L'incantesimo di quest'opera prima è condotto con scaltrezza da una Phillips che ha avuto tutto il tempo per mandare a memoria un vero patrimonio di suggestioni espressive, tanto levigate nella forma quanto irresistibili alla prova dei fatti, e che si rivela a suo agio con canzoni portate a un pur modesto successo da Agnetha Fältskog degli
ABBA,
Dennis Wilson o Evie Sands. Questo, almeno, quanto suggerisce l'abbrivio di "Daydream" con la sua atmosfera trasognata, viziosa, notturna, infettiva e assai riverberata. Britta spende subito la sua carta migliore, quella di una sensualità inarrivabile, a metà strada tra maliziosa
femme fatale e
chanteuse dalla sconfinata dolcezza. Un terreno evidentemente scivoloso per l'altissimo rischio di maniera, esplorato però col giusto piglio e la necessaria sincerità, senza chiudersi in una posa estenuata e giocando anzi la propria partita con toni maliardi, rutilanti. Nell'ideale
comfort zone di "Do It Last" sceglie di rilassarsi, tra turgide evocazioni, un fondo sbarazzino e sofisticazioni sintetiche che hanno il buon gusto di restare trasparenti e non eccedere con sinfonismi troppo stucchevoli.
Al centro c'è lei, con la sua voce pregna di facili seduzioni, opportuna nel tralasciare qualsivoglia complicazione concettuale per limitarsi a irretire l'ascoltatore. Impassibile come una superba gattamorta nel modernariato della sua candida torre d'avorio, leggiadra con gli accompagnamenti al velluto dell'elettrica di Dean, deliziosamente disinvolta nel suo garbato protagonismo, con giusto qualche eco di troppo dai
Belle & Sebastian della (comunque ben più zuccherosa)
Isobel Campbell ("One Fine Summer Morning"), la signora Wareham piega ogni brano a un ideale estetico che potrà deliziare o irritare, a seconda dei gusti, ma di certo sa imporsi come formula espressiva dalla marcata peculiarità e non lascia indifferenti.
È apprezzabile soprattutto la leggerezza, quel piacere di dilettarsi con un synth-pop imbronciato e sobriamente
eighties, secondo una prospettiva già sperimentata in modo convincente da altre interpreti in licenza dalla canzone d'autore, su tutte
Sarah Blasko e Nedelle Torrisi. Un proposito forse fin troppo facile per un'artista di così alto profilo, questa l'impressione, ma portato a compimento senza la minima incertezza e con un ascendente di quelli davvero impressivi (la fin ovvia, ma impeccabilmente eterea, cover di "Drive" dei
Cars). La
title track si mantiene in miracoloso equilibrio tra giubilante sollucchero e inquietudine accennata solo in maniera sibillina, attraverso pochi dettagli sparsi. Il vivace chiaroscuro che ne deriva, lasciando prevalere l'inclinazione frivola, è solo l'ultimo ritrovato di un'artista assai meno ingenua di quanto vorrebbe far credere.
Morbida come
Ambrosia Parsley, aggraziata come
Hope Sandoval ma risoluta come
Nico, la Phillips si prodiga spesso con le sensazioni algide, senza uscirne ridimensionata in termini passionali. "Landslide", altra rivisitazione a rischio di risaputo (di
Stevie Nicks, già rifatta tra gli altri dagli
Smashing Pumpkins) è svolta con ammirevole leggerezza e una piacevolissima propensione al decorativismo che movimenta la sua interpretazione, preservandola dal vuoto effetto diorama (particolarmente ben quotato dagli ipotetici detrattori, sulla carta). Finale estatico e in
slow-motion con "Ingrid Superstar", perfetto per distillare le emozioni alla maniera di una
Annika Norlin, tra contemplazione stralunata e languori d'alta scuola.
Quando si tirano le somme, appare chiaro: la magia del titolo potrà anche essere ricreata ad arte, stando attenti a non indulgere nel sentimentalismo, ma l'artificio si compie con una tale armonia che si fa presto ad abbracciarne l'illusione. Il problema, semmai, è non lasciarsene condizionare poi, in sede di giudizio.
Ma è una controindicazione che vale solo per chi scrive, tranquilli.