C’è poco da fare, il formato-album è lo scoglio più arduo per l’R’n’B contemporaneo: con Miguel che sterza in territori desertici, tra soul e alternative-rock, diventando di fatto una cosa a parte, e The Weeknd in piena sbornia 80’s ma ancora discontinuo, manca da qualche tempo un bel disco che oltre a sfornare grandi singoli, sappia far rivivere il piacere di sentire un progetto maturo, ben suonato, eclettico, rispettoso della tradizione ma non ingolfato nel passato.
Lamar ha di certo un ruolo chiave nel panorama black, non si può negare che sia un punto di riferimento per molti, ma questa è musica che ha alle spalle una storia gloriosa e estremamente variegata, e un lavoro come “Malibu” ne è consapevole e debitore in modo più ampio di quanto il semplice citazionismo di Kendrick voglia far credere.
Il risultato di questo lungo processo di formazione è una spiccata sensibilità in fase di composizione, capace di spaziare in stili molto differenti con un timbro che è già riconoscibile. Le coordinate di questa musica si vanno a localizzare in un ideale anello congiuntivo tra D’Angelo e Bilal, filtrati da un approccio più easy listening. Un saggio di tale sintesi lo offre sin da subito l’iniziale “The Birds”, ariosa e jazzata, tra inserti di sax e piano, ritmica pastosa, e l’adorabile timbro roco e fumoso di Paak.
C’è spazio un po’ per tutto: in “Heart Don’t Stand A Chance” e “The Season/Carry Me” Paak raggiunge vette emotive degne di un coro gospel, con la band che si diletta in escursioni strumentali come in una jam session; la commovente “The Waters” è probabilmente una delle migliori rielaborazioni della lezione di “Voodoo” di D’Angelo, mentre “Come Down” va a parare in un irresistibile funk à-la James Brown. “Am I Wrong” accende luci disco, “Room In Here” le spegne in un intrigante momento di sensualità intimistica.
In ogni brano emerge una vena del tutto personale, riflessa non solo nelle soluzioni sonore scelte con gusto e originalità, ma anche nelle liriche sofferte e introspettive, in cui Paak riflette sul suo passato difficile, contestualizzandolo in un presente che è altrettanto difficoltoso, ma pieno di speranza. E se anche qualche riempitivo fa capolino verso la fine – non sarebbe un disco R’n’B del 2016 altrimenti – “Malibu” resta un disco convincente che, a detta nostra, diventerà ben presto un piccolo grande riferimento nella scena black alternativa.
27/01/2016