Svestiti i panni del cantautore indossati due anni or sono in occasione dell’album di debutto (“L’educazione delle rockstar”), Borghese diventa, a tutti gli effetti, una band. Non solo per l’ingresso in formazione di un nuovo elemento (Gianluca Di Toro Mammarella al basso) ma anche per un’attitudine diversa e per un suono più complesso e completo, che permette ai musicisti abruzzesi di fare un successivo passo “in direzione ostinata e contraria” al cantautorato inteso alla maniera più italianamente classica del termine. Se dunque agli albori la strada del songwriting era la via maestra e ogni eventuale divagazione in territori elettronici rappresentava un surplus necessario a non appiattire il sound, ora la miscela rock-pop-electro diventa più uniforme e fa da sfondo al cuore pulsante dell’album che resta la parte lirica, come sempre intrisa di sarcasmo e sperimentazione collettiva. Angelo Violante (l’uomo dietro la maschera di Borghese) “studia” per un anno intero il mondo che lo circonda e riporta tutto l’inchiostro sotto forma di canzoni, rimandando a soggetti esterni la responsabilità morale dei concetti espressi nelle dieci tracce.
Del resto, il vero punto di forza di quello che in passato è stato definito cantautore post-ideologico è proprio da cercarsi nei testi ironici, nel suo modo di dire cose serie senza dirle con serietà. “Il mio produttore si faceva chiamare Brian ma in realtà si chiamava Bruno. Ieri mi ha detto che le parole non le ascolta più nessuno. Coglione, le parole sono importanti” è solo un esempio (“Il mio produttore”) di questa sorta di “esperimento di disco sociale” che tuttavia è capace anche di farsi più serioso, intenso e introspettivo. Come spesso accade, però, quello che nelle intenzioni vuole essere il muscolo vitale del proprio lavoro rischia di diventarne anche il motivo di critica. Le parole finiscono per spostare l’attenzione dalla parte strumentale che diventa solo uno sfondo e che, per le indubbie qualità dei suoi interpreti, meriterebbe una maggiore considerazione. Le parole sono importanti, ma lo è più la musica e la musicalità delle stesse. Enon sempre “In caso di pioggia la rivoluzione si farà al coperto” riesce in quest’intento (come nel caso del furbo singolo di lancio “La tipa di Rockit”). Senza dimenticare che proprio le espressioni utilizzate finiscono per essere spesso un’accozzaglia di frasi a effetto, slogan e battute invece che un insieme particolareggiato di astrazioni articolate.
L’electro-pop dei Borghese è qualcosa che va oltre la rabbia e la disillusione dei romani I Cani, ma anche oltre il divertissement di protesta de Lo Stato Sociale. Più leggero nello stile, meno nel risultato, finisce per spiazzare talvolta accecandoci con divertenti freddure, ma in realtà richiedendo all’ascoltatore uno sforzo più grande per essere valutato nel suo pieno. In tal senso sembra porsi a metà tra quello che ormai è assodato essere gradito al “popolo indie” e quello che ci è propinato con forza dai mass media in termini di musica leggera. Difetta di melodie e ritornelli, ma è ben più curato negli arrangiamenti rispetto al passato e dunque non può che essere considerato un passo avanti che lascia diversi punti interrogativi necessari a far sì che ci si possa aspettare ancora qualcosa d’interessante per il futuro.
13/04/2015