Già, perché è proprio il “superstite” Gill a occuparsi dell’intera scrittura dei pezzi, attorniato da una line-up nuova di zecca, che contempla il bassista Thomas McNeice, il batterista Jonny Finnegan e il cantante John Sterry.
Parlare di nuovo inizio, a circa quarant’anni di distanza dalla nascita del progetto, può sembrare fuori luogo. Eppure è esattamente così. E lo si capisce ancora meglio via via che ci si addentra tra le pieghe delle undici canzoni in scaletta, quasi del tutto spogliate degli ardori post-punk che ancora echeggiavano in “Content” in favore di un alt-rock ostentatamente muscoloso e a sprazzi iniettato di inflessioni wave (“Isle Of Dogs” e “Staubkorn” sono anche le migliori del mazzo).
La sensazione di artificiosità è accentuata dalla qualificata lista di ospiti chiamati a dare un qualcosa in più alle canzoni: Alison Mosshart ci mette la voce in una “Broken Talk” che vorrebbe diventare un inno da dancefloor rock e invece sembra una versione caricaturale (e anfetaminizzata) dei Suede, nonché nell’insipido (seppur meno pretenzioso) midtempo “England’s In My Bones”.
Più calzante il contributo del compositore tedesco Herbert Grönemeyer, che prima declama a piena voce “The Diyng Rays” e poi declina in lingua madre la già citata “Staubkorn”. Chiudono la pletora di collaborazioni il chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei, che timbra l’assolo di una “Dead Souls” immersa in atmosfere industrial, e Robbie Furze dei The Big Pink che ci mette a sua volta la voce in “Graven Image”, il brano più vicino alla concezione di pop in casa Gill.
27/02/2015