Gang Of Four

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2011 (Neu Groenland) | post punk, funk

A distanza di pochi giorni escono sul mercato i nuovi lavori di due band fra le più importanti del movimento punk/post-punk. Dei Wire abbiamo già dissertato da queste parti, tocca ora ai Gang Of Four: ma se per i primi "Red Barked Tree"è risultato l'ennesimo capitolo di una saga virtuosa, per i secondi gli esiti sono decisamente più discutibili.

Breve excursus storico: i Gang Of Four nascono a Leeds in piena rivoluzione punk per iniziativa del cantante Jon King e del chitarrista Andy Gill, gli unici membri sempre presenti lungo il travagliato percorso del quartetto. Nel 1979 si ritagliano un posto nella storia grazie all'esordio "Entertainment!", disco di straordinaria forza e meravigliosi contenuti, destinato a restare una pietra miliare del post punk e punto di riferimento per stuoli di musicisti in tutto il mondo. Quel disco peserà come un macigno, e non sarà mai più eguagliato da King e soci, tanto che dopo altri tre album, nel 1983 i Gang Of Four si sciolsero, per tornare a riunirsi all'alba degli anni 90 e licenziare un altro paio di album, dopodiché secondo scioglimento.
Nel 2004 seconda reunion, questa volta con la formazione originaria, ma dopo naufragati tentativi di confezionare nuovo materiale presentabile, Dave Allen (basso, poi produttore di grande fama) e Hugo Burnham (batteria) abbandonarono definitivamente la partita. Oggi, a sedici anni di distanza da "Shrinkwrapped", ritornano con una nuova sezione ritmica e un album che di sicuro dividerà sia fan che critica.

Si parte con le chitarre nervose e i ritmi spezzettati di "She Said You Made A Thing Of Me" e "You Don't Have To Be Mad", pregne di richiami new wave, quindi in linea con i corsi e ricorsi storici attualmente in voga. Pare una buona partenza, ma di lì a poco iniziano ad emergere le prime magagne.
Ci si imbatte presto in tracce che fanno fatica a stare in piedi, come nel caso di "I Can't Forget Your Lonely Place", peraltro peggiorata da un lavoro di iper-produzione che rende il risultato fin troppo patinato, oppure in soluzioni dal ritornello troppo fastidiosamente canticchiabile, con esiti (pregasi ascoltare "Who Am I") che sanno di Duran Duran fuori tempo massimo e, con tutto il rispetto per Le Bon e compagnia, dalla gang dei quattro ci saremmo aspettati un po' di profondità e qualche sperimentalismo in più.
In "You'll Never Pay For The Farm" paiono invece dei cloni dei vibranti primi Simple Minds, e in "I Party All The Time" si intravede lo spettro di Bowie fra aloni glam Roxy Music-style.

Cercano di salvarsi in calcio d'angolo con la ballad indie sporcata di delay e riverberi "A Fruitfly In The Beehive", ma tutto continua a risultare terribilmente anemico. E il peggio deve ancora arrivare: lo si raggiunge per merito della successiva "It Was Never Going To Turn Out Too Good", elettro spazzatura nella quale Jon King duetta con un robotico vocoder, senza mai riuscire a delineare quell'atmosfera apocalittica che avrebbe desiderato. Per sicurezza controlliamo di aver inserito nel lettore il disco giusto.
Nel resto delle tracce va un po' meglio giusto perché sarebbe stato impossibile fare peggio, ma non vengono risollevate le sorti di un disco che riesce a raggiungere una striminzita sufficienza più per le cose accadute nelle prime due tracce che per quanto ascoltato in seguito. Anzi in "I Can See From Far Away" (traccia n° 10, la penultima) si è finiti nuovamente a fondo con un ritornello che inizia come "I Was Made For Lovin' You" dei Kiss (e la cosa potrebbe anche non essere così malvagia) e un riff ripetuto all'infinito che fa il verso a quello suonato da Slash in "Black & White" di Michael Jackson!
Difficilmente fra trent'anni chi parlerà della parabola artistica della band, citerà "Content" fra gli indispensabili del gruppo, più probabile che lo ricordi come quello che riuscì seriamente a minare la reputazione del quartetto inglese.

Dov'è finita la personalità dei Gang Of Four? È vero che tendono ad assomigliare a una serie di band che loro stessi hanno pesantemente influenzato, ma se non hai la capacità di restare un filino davanti agli altri (e dovresti riuscirci perché hai fatto tutto prima), cosa sopravvivi a fare?
La voce di King è spesso uno strano ibrido fra quelle di Jim Kerr e Bryan Ferry, e la formula trita e ritrita della band, sempre a cavallo fra post punk e funk, è oramai priva di originalità. Il tutto aggravato dal fatto che sono in molti oggi a mettere sul piatto le stesse sonorità con risultati più esaltanti, vedi Franz Ferdinand.
"Content" lascia molto amaro in bocca, e un pugno di canzoni che avremmo preferito più efficaci. La sufficienza alla fine è pure raggiunta, ma che fatica ragazzi!


(29/01/2011)

  • Tracklist
  1. She Said "You Made a Thing Of Me"
  2. You Don't Have to Be Mad
  3. Who Am I
  4. I Can't Forget Your Lonely Face
  5. Never Pay for the Farm
  6. I Party All the Time
  7. A Fruitfly in the Beehive
  8. It Was Never Gonna Turn Out Too Good
  9. Do As I Say
  10. I Can See From Far Away
  11. Second Life (bonus track)
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