Wire

Red Barked Tree

2011 (Pink Flag) | post-punk

Non è facile giudicare in maniera imparziale un nuovo lavoro dei Wire, band monumento in grado di generare devozione e rispetto, a 34 anni di distanza dalle prime registrazioni. Studenti di Belle Arti, sempre attenti agli aspetti sia grafici che metodologici della propria creatura, i quattro ragazzi inglesi si resero protagonisti della scrittura di "Pink Flag", "Chair Missing" e "154", album che in pochi mesi scolpirono la storia del punk/post-punk, e che peseranno come immensi macigni sulle loro teste per tutto il resto della carriera: metri di paragone impossibili da eguagliare.
L'impossibilità di essere normali e il diniego di scendere a compromessi non consentì mai loro di scalare le chart, anzi il gruppo per due volte andò in frantumi (la prima volta, con inopportuna precisione, appena prima dell'esplosione mediatica di Mtv) in quanto non riusciva a contenere la straripante creatività dei propri membri.

L'attuale fase della terza incarnazione dei Wire (che ha già visto la produzione degli ottimi "Send", "Object 47" e della serie di Ep "Read & Burn"), vede l'assenza del chitarrista Bruce Gilbert, che si è chiamato fuori da qualche anno. Oggi la line-up è composta da tre membri originari (Colin Newman, voce e chitarra, Graham Lewis, voce e basso, Robert Gotobed dietro la batteria), ai quali si è aggiunto il sostituto di Gilbert, Robert Grey.
Il rinnovamento stilistico è stato sempre una loro costante, tanto che quando negli anni 70 si esibivano dal vivo, si preoccupavano di eseguire quasi esclusivamente pezzi inediti, non essendo interessati a riproporre le canzoni già fissate su disco. Ma mai come questa volta i quattro si presentano freschi e nuovi, con alcune caratteristiche peculiari ben consolidate, ma con un piglio da band emergente che rende tutto estremamente contemporaneo.
Se ai tempi (1978) nei quali adoperavano effettistica avveniristica (flanger, distorsori applicati ai sintetizzatori e così via) erano avanti in maniera spaventosa rispetto a tutti gli altri, oggi non si ritrovano certo a rincorrere l'ultimo hype, ma affrontano la materia musicale con l'indole di chi si sente autorizzato a tracciare nuove vie e non certo di chi deve passivamente cavalcare l'onda.

Eleganti e ricercati, come nell'iniziale "Please Take", ritmicamente proteici, come nella successiva "Now Was", o malinconicamente power-rock come in "Adapt", che potrebbe assurgere al ruolo di nuovo inno ufficiale della band, i Wire si confermano gruppo di statura superiore. Le traiettorie musicali sono eterogenee: si passa dai granitici riff di "Two Minutes", una rasoiata rimasta ferma nei cassetti da quasi dieci anni, all'occasione mancata di "Clay", che ci implode fra le mani proprio quando poteva diventare un'apocalisse shoegaze, alle veloci rotondità di "A Flat Tent", che dal vivo, statene certi, sarà una vera bomba. E poi "Moreover", il vero trionfo noise del disco: voce iper-trattata e due chitarre affilate come lame taglienti, una incede ritmicamente sul riff, l'altra fa di tutto, di più.

"Smash" giunge verso la fine, quando troppo spesso gli album perdono tensione, e riesce nella complicata missione di permettere all'insieme il definitivo salto di qualità, conferendo a "Red Barked Tree" la giusta dose di orecchiabilità, senza mai scadere nella faciloneria da quattro soldi. Il finale è lasciato a due tracce più lente, e per questo il lavoro assume un tono più lirico rispetto alla media dei Wire. E se "Down To This", potrebbe risultare un po' tediosa, la title track chiude i giochi in maniera sublime, con il suo incedere psych-folk e le inaspettate chitarre acustiche.
I testi, modernisti e metropolitani, mai banali, ci parlano di cambiamenti climatici, fallimento dei mercati finanziari, cinismo, inadeguatezza dei mezzi di trasporto inglesi ("Bad Worn Thing" è quasi il resoconto di un difficile viaggio per le terre britanniche), disfunzioni urbane, disastri tecnologici. Visioni realistiche della società contemporanea calibrate con estrema attenzione.

Se questo disco fosse stato realizzato da una giovane band emergente, staremmo tutti gridando al capolavoro che potrebbe mutare le sorti del rock del nuovo millennio. Altresì, troppo spesso non si premiano adeguatamente le idee di formazioni esperte, sovente bollate troppo velocemente come carne ammuffita da cimitero dei dinosauri. In questo caso non c'è ragione di soprassedere. Otto è un voto molto alto, e i Wire lo meritano perché "Red Barked Tree" è un lavoro serio, onesto e tecnicamente inappuntabile. Perché hanno percorso una carriera brillante, pur se intransigente. Perché se nel 1977 avessi avuto vent'anni, fossi stato uno studente inglese di Belle Arti e avessi dovuto metter su una band, di sicuro avrei fatto follie per stare nei Wire.

(19/01/2011)

  • Tracklist
  1. Please Take
  2. Now Was
  3. Adapt
  4. Two Minutes
  5. Clay
  6. Bad Worn Thing
  7. Moreover
  8. A Flat Tent
  9. Smash
  10. Down To This
  11. Red Barked Trees
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