Sono rientrati in scena nei mesi scorsi in maniera prepotente, senza tante parole o fronzoli: la musica parlava da sola. I Wire vanno a riprendersi lo spazio che appartiene loro nel territorio post-punk con una forza tale da lasciare tanti giovani e arroganti emuli con pochi argomenti con cui ribattere. D'altronde c'è poco da obiettare, già i due Ep "Read And Burn" erano dei cristallini e inscalfibili mattoni di punk sposato con l'elettronica, e ciò che colpiva era l'evidente chiarezza di intenti e scelte musicali.
Quest'album "Send" raccoglie i molti brani presenti nei due Ep (ma ricordiamo che il secondo era acquistabile solo dal loro sito internet), e quattro inediti, che come qualità e scelte estetiche sono sulla falsariga dei pezzi già noti. Il primo inedito che affrontiamo, dopo l'iniziale "In The Art Of Stopping", che apriva già il primo "Read And Burn", è “Mr Marx's Table”, un gioiello di tensione che si accumula senza liberarsi completamente del fardello, con un ritmo che si conferma serrato e un'atmosfera che ricorda in parte l'alienazione di "154". La cifra stilistica è questa e accompagna tutto l'album, con dei picchi clamorosi nella fase centrale, dove veniamo investiti da pezzi come "Comet", "Nice Streets Above", "Spent", inesorabili esempi di cyber-punk che sconfinano in territorio Ministry. Le chitarre sparano riff ipersaturati, il ritmo è secco, marziale, spesso lanciato a tutta velocità, condito da un’elettronica che si esprime tramite una zuppa di droni, vapori industriali e atmosfere plumbee. Le voci di Newman e Gilbert si alternano, con esiti che sfociano spesso in frasi secche e rabbiose, filtrate ed elaborate in maniera da fondersi giustamente nel muro sonoro.
La bravura dei Wire è soprattutto nell'aver saputo rendere tutti questi elementi funzionali alla resa della loro volontà stilistica, senza che uno di essi prevalesse sull'altro. Chiude l'album la splendida "99.9", che inizia in maniera cupa e minacciosa con un sordo pulsare di basso e synth, scalfito da echi di distorsioni e droni elettronici, ma si dispiega con un accumularsi di rabbia vocale e musicale intensissima. Chiudere un disco con un pezzo così è eloquente: i Wire non fanno sconti a se stessi e si rimettono in gioco in maniera onesta e coraggiosa, in pratica ripartendo come attitudine dal loro esordio del 1977, il mitico "Pink Flag", una scelta programmatica grazie alla quale tengono in pugno le idee che hanno perseguito nel corso degli anni. Un pugno che butta al tappeto e fa mangiare la polvere a tanti gruppi ben più giovani anagraficamente. Chapeau.
30/10/2006
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