La carriera musicale di Carl Barât rappresenta qualcosa di molto simile alla parabola di un totale sconfitto. Diciamocelo chiaro e tondo: dev’esser stata davvero dura, per il co-fondatore della band britannica più cool e celebrata degli anni Zero, doversi confrontare a intervalli regolari con l’ingombrante presenza/assenza dell’amico/nemico Pete Doherty. A più di una decade dal secondo travagliato capitolo dei Libertines (e a pochi mesi dal loro ritorno in studio), la situazione si potrebbe riassumere più o meno così: due giovani predestinati che si trasformano nei massimi perdenti della musica contemporanea, due incorreggibili “wasters” che, con la medesima disarmante facilità, costruiscono e distruggono il castello di sabbia dell’indie-rock targato Nme dei primi anni Duemila.
Il quadro della situazione è ben delineato dalla carriera di Doherty, che passa con apparente disinvoltura da principale colpevole del Grande Spreco (la droga, il carcere e gli sfaceli vari) a quell’osannato bohémien a un passo dalla consacrazione come artista vero, l’unico dotato di quella scintilla di talento che, per essere davvero valorizzata, necessitava del più equilibrato mestierante Barât.
E così, dopo un paio di lavoretti a firma Dirty Pretty Things e un sofferto disco in solitaria, il 2015 del buon Carl si apre con nuovo disco e nuova band di supporto (i The Jackals, tre giovincelli reclutati per l’occasione su internet). “Let It Reign”, questo il titolo del lavoro, non si discosta dai territori già battuti qualche anno fa con i DPT, appoggiandosi sulle solite chitarre sporche e prendendo in prestito gli abituali riferimenti british (su tutti i Clash, e anche questa non è certo una novità).
Insomma, nulla di nuovo sotto il sole pallido d’Albione, semmai la conferma di una coerenza stilistica che non premia divagazioni e originalità e che, purtroppo, va a braccetto con l’atavica mancanza di guizzi melodici degni di nota. Non mancano i pezzi godibili e dal tiro giusto (il singolo “Glory Days”, “Summer In The Trenches”, “A Storm Is Coming”) eppure troppo spesso si resta stritolati nel piattume brit-rock figlio di Oasis, Kaiser Chiefs e compagnia ormai andata: il rischio del “già sentito”, insomma, è purtroppo sempre dietro l’angolo.
Ci sono episodi tirati al limite del punk (“The Gear” su tutti), palesi rimandi ai Blur in “War Of The Roses”, in mezzo alle morbidezze dal sapore libertino di “Beginning To See” e “Let It Rain”. Perché si può fare finta di niente e parlare di tutto, ma alla fine si finisce sempre qui: ai Libertines, ai ricordi delle “Albion Rooms” e al fantasma di quei due “likely lads” con le giacche rosse, perduti e probabilmente ritrovati dopo una decade di (in)successi e (troppo spesso false) speranze.
E quindi sembra lecito porsi questa domanda: nell’anno del Grande Ritorno di “Bilo&Biggles”, c’era davvero bisogno di questo disco? Se si valutano queste dieci canzoni come un buon allenamento prima dell’atteso big match, allora la risposta può anche essere positiva. Sperando che Barât abbia tenuto il suo materiale migliore per la reunion…
23/02/2015