Mattia Barro si presenta al secondo giro di boa con tante novità per le quali chi scrive non riesce a nascondere di avere avuto molta diffidenza. I cambiamenti possono fare bene, ma non portano obbligatoriamente a dei miglioramenti, specie quando si abbandona una strada consacrata. Già il titolo del album, che sembra più adatto a quello di una canzone de Lo Stato Sociale (il cui tastierista, tra l’altro, è tra i produttori), fa presupporre qualcosa di diverso; anche il primo singolo, “Giorni migliori”, lascia intravedere una svolta verso un leggero electro-pop, giusto per ribadire che al primo impatto sembra di essere di fronte a un prodotto della band compagna di etichetta.
Inoltre vi sono delle modifiche anche nella struttura stessa del gruppo, la quale vede aggiungersi tre membri (batterista, bassista e chitarrista) in sostituzione di due uscenti. Insomma, una rivoluzione a tutto tondo.
Nulla di male in tutto ciò, ma L’orso è una realtà che in pochi anni è riuscita a crearsi un’identità ben precisa e che sarebbe stato un peccato perdere per inseguire qualcosa a cui non si appartiene, ma che emana più appeal. Per fortuna tutte queste preoccupazioni si sono rilevate in gran parte infondate: L’orso è vivo e vegeto.
In “Ho messo la sveglia per la rivoluzione” viene completamente abbandonato il piglio acustico indie-folk, ma la band non manca di compensare il vuoto creatosi con una moltitudine di strade. Come già detto, la prima novità che salta all’orecchio è l’introduzione di un’elettronica sempre presente, che funge ora da contorno, ora da colonna portante. Il quintetto non ha paura di rimescolare le proprie carte e incamminarsi per strade sconosciute; in fondo, come lo stesso Barro ha affermato su (S)controBlog, di nuove “Ottobre come settembre” (il loro singolo più conosciuto) se ne potevano riproporre a bizzeffe, ma sarebbe stato un ripiegare su se stessi. Ed ecco allora che spuntano le chitarre degli Strokes e l’atteggiamento punk in “Io che ho capito tutto”, il post-rock da cantare in “Come uno shoegazer” e un tappeto di elettronica nel featuring con Lo Stato Sociale, che ripropone quanto già sperimentato in “La tua ragazza non ascolta i Beat Happening” con L’Officina della Camomilla. Ma non finisce qua: Mattia dà finalmente sfogo alla sua verve rap, che in verità non era mai stata celata, ma sino ad ora era stata incatenata in un angolino. La si trova spalmata lungo tutto il disco, ma in particolare risalta in “Festa di merda” e in una forma tendente allo spoken-word in “Quello che manca”.
Per concludere ci sono le tracce più squisitamente pop, che convincono finché non si arriva ai ritornelli poco incisivi, difficili da memorizzare e da cantare. A volte vengono schiacciati a forza nel verso, altre vengono distribuiti su troppi, tant’è che le canzoni che funzionano maggiormente sono quelle che, pur nella loro immediatezza, tentano strade inedite, dove il ritornello ha un minor risalto, o addirittura viene troncato del tutto.
Anche se il maggior mutamento risiede nella musica, non si può tralasciare quello dei testi. Ascoltando il primo Lp si poteva notare immediatamente l’intenzione di ricreare un’atmosfera post-adolescenziale, dove la nostalgia, il rimpianto e la lontananza la facevano da padrone: un taglio che non è sparito del tutto, ma che si è consapevolmente evoluto. Adesso dalle liriche sgorga un sentimento più maturo e meno incentrato sul ricordo: gli spunti buoni sono molteplici, ma non si nota un lavoro di perfezionamento della parola, fatto che crea ogni tanto un senso di stordimento per come il testo non riesca ad amalgamarsi con le basi – dando poi vita al problema dei ritornelli di cui sopra.
I pregi e difetti di “Ho messo la sveglia per la rivoluzione” e “L’orso” sono opposti: se il secondo stancava per il suo eccessivo ripetere se stesso ma riusciva comunque a colpire per testi che attiravano l’attenzione, il primo punta in ogni direzione possibile, ma si blocca nel proporre liriche che convincano appieno. C’è da dire che il lato strettamente musicale dell’album è superbo e gli arrangiamenti compensano ogni altra mancanza. Le musiche riescono a seguire una linea generale e allo stesso tempo assumere sfumature molto differenti da pezzo a pezzo, interagendo egregiamente con i sentimenti dei testi molto di più di quanto non riesca il contrario.
Nel complesso bisogna ammettere che ha avuto ragione Barro: la strada imboccata è nuovamente quella giusta.
12/02/2015