Nymphalida è il progetto musicale di Pietro Bianco, ennesimo acquisto sardo da parte di Psychonavigation, il cui interesse per i soundscape made in Italy si è tradotto addirittura nella nascita di una divisione apposita di catalogo, denominata Tranquillo. Così, dopo i successi quest’anno dell’ormai consacrato Bruno Bavota, del nuovo portabandiera ambientale Galati e del ritrattista Federico Mosconi, anche Bianco sale sul sempre più nutrito carro delle promesse realizzate dal marchio discografico irlandese. E lo fa con un disco il cui tono di voce, volutamente basso e sussurrato, nasconde una miniera di tesori sorprendenti e spiazzanti.
Quasi ricalcando la metafora condensata nel nome del progetto stesso (le Ninfalidi sono una famiglia di farfalle i cui esemplari sono fra i più belli a livello cromatico), la musica di Bianco procede per contrasti anziché per analogie, schiudendo e aprendo di colpo le ali scure e grezze, sotto le quali si celano i colori più intensi e spiazzanti. Un approccio che preferisce dunque il dinamismo all’evoluzione, il drastico alla sfumatura. Quella di Nymphalida è una maniera decisamente espressionista di interpretare l’ambient music in senso ampio, realizzata servendosi in gran parte di strumenti acustici: il pianoforte, la chitarra acustica e il violoncello sono gli elementi fondamentali di una miscela sonora che fa della sorpresa il suo tratto caratterizzante.
Quanto detto sta racchiuso già nel denso incipit di “Shell”, la cui partenza elusiva fra soffi di vento e richiami sinistri muta di colpo in una candida sonata pianistica, a cui archi e arpeggi sono chiamati presto a fare da contrappunto, fino all’improvvisa retromarcia verso l’inquieto del finale. “The Door In The Defensive Walls” illude con un avvio rasserenato, salvo colorarsi progressivamente di tinte atonali; “Almond Flowers” nasce rituale demoniaco fra vetri rotti e voce-guida spettrale per poi farsi rifugio caldo e malinconico; “Wind Cherry Flowers” è prima impressione a pastello di una landa desolata scossa dal vento, poi inferno per chitarre distorte, infine bozzolo caldo squarciato a poco a poco dal rumore.
Non c’è un momento, in questi sei ritratti, in cui ci si possa concedere di abbassare la guardia, perché il tratto procede sempre con la massima spontaneità, in una sorta di flusso di coscienza emotivo e sensoriale. Forse solo la liturgia dodecafonica di “Invocation” riesce a inquietare da cima a fondo, senza squarciare di colpo la scenografia. Laddove invece la chiusura di “The Endless Pictures” incarna la tendenza al massimo grado, nascendo in seno al David Sylvian cantore del tormento interiore, procedendo poi sinistra in mezzo a una foresta scura, umida e malsana e sfociando infine in un trionfo armonico che segna la fine del viaggio.
Il plauso va a un’attitudine tutt’altro che scontata, alla scelta coraggiosa di non scendere a compromessi e di sporcarsi le mani, di rinunciare alla via più facile e immediata. È impossibile non perdersi in questo caleidoscopio di colori e ombre, di contrasti spesso eccessivi e per natura imperfetti, e sempre imprevedibili. Difficile seguire una traiettoria incerta, irregolare, spontanea come quella di uno sciame di farfalle in volo, di una mano che disegna ritratti in movimento. Forse perché per una volta non c’è nulla da seguire, da prevedere, da immaginare: c’è solo da lasciarsi trasportare.
26/12/2014