Poco chiaro il concept insito a “Rococò”, quarta prova su lunga distanza dei Dadamatto: un po’ contemporaneità, un po’ joie de vivre, un po’ riordino mentale. Di certo i tre rinascono purificati dopo il bagno catartico di mestizia pseudo-esistenziale di “Anima E Core”, santificati e agghindati in una pompa magna che slava via anche le ultime sperimentazioni, e li avvia con risolutezza nel rassicurante sentiero del nuovo pop elettronico italiano.
Il problema è che solo un paio di canzoni svetta: “Pluridimensionalità”, anche singolo e video, drum’n’bass cantato con un registro Ferretti-gregoriano, e “America”, dal refrain a più voci – discretamente memorabile – accompagnato da una tensione prog-rock.
Il resto suona lasciato a metà, come il power-pop forzato a nenia da falò di spiaggia in “A due passi dal mare”, l’acustica “I cinque dell’Ave Maria” e la quasi-ballabile quasi-orientale “Arrivederci”, o proprio mal riuscito, come lo stridulo vaudeville rimpinzato di tastiere di “Orte”. Un’altra confusione avviene quando, in “Insieme”, una sezione ritmica che scimmiotta la “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana (uno dei loro feticci) si giustappone a una fiacca e verbosa linea canora.
Morale, la melodia non è il loro forte; ne esce un minestrone di canzoni sformate che solo raramente fa esplodere il suo potenziale surreale. Come esecuzione non è da buttar via: l’album ha brio, ironia, e un “Epilogo” per solo pianoforte classico che è simbolo e mascotte della loro bravura (la batteria di Grossi nel disco domina ed è quasi sprecata). Cameo di Emidio Clementi in “America”.
20/12/2014