Va dato atto, prima di tutto, a
Jessica Lea Mayfield di essere, in un mondo in cui il rock forse non è morto, ma non si sente neanche tanto bene, una delle poche cantautrici rimaste a utilizzare il genere come forma espressiva, e non senza una riconoscibile impronta femminile. L’unico altro esempio attuale è
Scout Niblett.
E qui Jessica sembra volerne seguire i passi, pubblicando il suo disco più elettrico, una sorta di
proto-grunge Mascis-iano fatto di riffoni e ritmi granitici, le tentazioni commerciali delle scorse produzioni di
Dan Auerbach svanite.
Emblema di questo nuovo corso intransigente e fiero della Mayfield è “Anything You Want”, in cui il cantato alla
Carrie Brownstein,
understated e velenoso, si accompagna a uno dei brani più istintivi e bestiali del disco (con qualche decibel in più poteva essere un bel pezzo stoner), che trova naturale prosecuzione nella rivisitazione “
Bleach”-iana delle chitarre sorde di “No Fun”.
Come in quest’ultima, barlumi melodici, embrioni folk-pop rimangono presenti, come in “Standing In The Sun”, in “Seein* Starz” e nella
jangle “Do I Have The Time”, che la Mayfield tenta comunque di raccordare col resto del disco con arrangiamenti slavati, come in un sogno post-overdose.
Un disco in cui l’integrità artistica non trova però corrispondenza con la qualità della scrittura, molto istintiva ma anche assai poco ficcante. Una riuscita dichiarazione d’indipendenza artistica, dunque, ma non di più.