Altro nuovo acquisto della Jagjaguwar: la fortunata prescelta è, in questo caso, Lia Ices, che arriva qui al suo secondo disco, dopo la relativa popolarità guadagnata con “Necima” (2008).
Inevitabile che, passando alla “maggiore età” dell’etichetta di grido, si alzi il tiro, si escogitino i più arditi orpelli per presentare come cristallino l’estro dell’artista del Connecticut. “Grown Unknown” è, in effetti, un disco da cantautrice navigata, come se Joan As Police Woman interpretasse “Harvest” (“Love Is Won”) e infiocchettasse il tutto con richiami blandamente disturbanti, come nelle impressioni fiabesche di “New Myth” e di “Daphne”.
Il gioco della giovane pianista, della fragile ma conturbante ninfa, insieme succube e dominatrice dei suoi strumenti (un incrocio tra Cat Power e Soap&Skin, per intenderci), si scopre ben presto, rivelandosi nella totale inconsistenza dei brani presentati, pur arrangiati e suonati con la ammirevole professionalità di queste uscite midstream. Un grande impiego di architetture sonore, che mutano come in una vera e propria “Inception“, lasciando pezzi per strada, mostrando la corda di una composizione poco fluida, come in un sogno illogico ma raffazzonato.
La noia presto regna sovrana, e la vocalità della Ices, per quanto abile a destreggiarsi per le gelide scalinate marmoree del disco (“Little Marriage” e il ricorrente “a cappella” della title track), non ha dalla sua il carisma necessario a sorreggere l’ambizioso impianto del disco, affondando spesso nella piatta sicurezza del falsetto.
Un’interprete, insomma, ancora carente di personalità, un’Alice persa nel marasma di sensazioni strumentali di questo “Grown Unknown”, nel continuo, irritante rincorrersi di controcanti “evocativi”, che altro effetto non hanno, se non quello di far assomigliare il tutto a un prevedibile musical di fantasia. O meglio, a una solenne ma insipida abbuffata barocca.
09/03/2011