Anche nelle successive sabbathiane "Pig House" e "I'll Finish You Off" sono i poco originali riff, le potenti distorsioni elettriche e le strabilianti rullate di batteria a far da padrone, e così sarà per tutto il resto dell'album.
Il risultato finale concede poco o nulla all'orecchiabilità, giusto l'incipit di "Electric Flower" o il folle divertissement pianistico nel finale di "Hospital Up".
Non dispiace la virata proto-punk di "Inhumanity And Death" (ma se ascoltate bene con attenzione un po' di grunge di mezzo c'è sempre...), al contrario le ultime due tracce ("My Generation" e i tralasciabili sei minuti di "P.G. x 3") si dilungano un po' troppo, dimostrandosi dei malriusciti riempitivi.
Superconfermata la line-up rodata già nei due precedenti lavori, con Buzzo Osbourne (cantante e chitarrista) a fare da frontman per i compagni di scuderia Dale Crover (batteria), Jared Warren (basso) e Coady Willis (batteria). Un originale combo formato da due voci e due batterie che potenzialmente potrebbe sperimentare nuove strade musicali, ma che invece si perde in una formula trita e ritrita, ancorata a vecchie, polverose certezze.
Questo è il maggior difetto della band, ma rovesciando la medaglia, anche il maggior pregio, tanto da far assurgere i Melvins allo status di puri e duri dell'hard-grunge, mai disponibili al compromesso in quasi trent'anni di onorata e coerente carriera.
Niente compromessi mainstream alla Pearl Jam o furberie unplugged alla Nirvana/Alice In Chains, né tantomeno indecisioni sciolgo/riformo alla Soundgarden, il loro approccio, semmai, è sempre stato più prossimo a quello dei Mudhoney di Mark Arm.
"The Bride Screamed Murder" resta comunque un lavoro riuscito a metà, del resto dopo tre decenni di suoni sempre uguali a se stessi, ci sta che qualche volta manchino spunti tali da poter raggiungere la sufficienza.