Basta rigirarsi tra le mani tremanti la foto di copertina di questo live registrato nel lontano 1981 al Whisky A Go Go di Los Angeles all’epoca del loro primo omonimo album, per capire che i californiani Plimsouls erano un piccolo inspiegabile miracolo dello spontaneismo poetico del rock più genuino e scalpitante. Sotto la guida di Peter Case (già nei seminali The Nerves), il loro power pop tarantolato e alticcio diventava dal vivo un piccolo tornado in jeans e scarpette rosa appuntite fatto di riff smitraglianti e romanticismo asfaltizio on the road, in bilico tra Replacements, Ramones, Elvis Costello e Bruce Springsteen. Qualcosa che i seguaci contemporanei di band come Titus Andronicus, Black Lips o Hold Steady dovrebbero al più presto imparare ad amare, se già non lo fanno. I 18 brani della scaletta ben documentano lo stato di grazia nascente di un gruppo al suo zenith, un mantice di pura energia cinestetica che accatasta boogie, blues, rockabilly e punk, aggrappato a un razzo atomico di violentissima fregola jerryleelewisiana puntato dritto al vostro tenero cuore. Una sana e sacrosanta libidine, il perfetto sussidiario canzonettaro, tutto sudore e chitarre, per l’unica giovinezza davvero possibile.
Demo inedite, versioni dal vivo e alternative take costituiscono i contenuti extra della sontuosa edizione diffusa per il decennale
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