Ross Cullen, Benedict Goddard e Luke Niblock si incontrano nel 2019, mentre frequentano il college. Appassionati di cinematografia e musica, i tre iniziano presto a suonare insieme, trascinati dalla nuova scena post-post-punk irlandese, ricca di formazioni che sono diventate negli ultimi anni punti di riferimento a livello internazionale, come Fontaines D.C. e Murder Capital. Ma i Chalk (questo il nome scelto dal trio per identificarsi) non scelgono Dublino come quartier generale, bensì Belfast, Irlanda del Nord.
Il primo singolo, "Them", viene diffuso nel marzo del 2022, al quale faranno seguito tre Ep ("Conditions", "Conditions II", "Conditions III") pubblicati a distanza di poco meno di un anno uno dall'altro, tredici tracce in tutto che vanno a costituire idealmente l'album d'esordio. In particolare "Conditions III", il terzo atto della sequenza di Ep, diffuso a febbraio del 2025, conferma una continuità che proietta i Chalk fra le più quotate next big thing del circuito alternativo d'oltremanica, in prima linea fra nella ridefinizione dei contorni della scena post-post-punk britannica, ibridando gli scuri suoni noise-industrial e le affilate chitarre distorte con l’incontenibile euforia della techno music: un’inequivocabile estetica rock in grado di far bella figura anche sui palchi dei festival electro oriented.
Per farsi un’idea abbastanza precisa del loro approccio, basi ascoltate “Afraid”: come shakerare nel medesimo contenitore A Place To Bury Strangers e Underworld. Un suono possente e trascinante. In questi brani si intercetta il bianco e nero dei tratti urbani più disperati del Regno Unito, ma al tempo stesso quel desiderio di riscatto espresso da ritmiche dance martellanti capaci di far esplodere qualsiasi club alternativo. Il tutto portato a compimento in uno studio di registrazione situato nell’assoluto isolamento della remota Islanda settentrionale, sullo sfondo di panorami nordici perfetti per amplificare il senso di solitudine e spaesamento. Qualcuno lo ha definito “Berghain-rock”, definizione tanto audace quanto azzeccatissima per spiegare una densa monocromaticità pronta a spiccare il volo fra breakbeat fragorosi e coinvolgenti assalti sonici.
“Leipzig 87” ci accompagna per mano dentro un rave illegale, “Tell Me” delinea uno stato di drammatica claustrofobia notturna, “Pool Scene” si schiude invece verso imprevedibili scenari futuri, con uno svolgimento che – al netto del consueto crescendo centrale – appare più ragionato, fra melodie che ora si fanno più nitide e synth pronti a supportare l’irrequieta melodrammaticità del pezzo. Un momento necessario, dopo aver assorbito una quantità quasi insostenibile di vibrante intensità, sia emotiva che sonora. Nel marzo del 2025 si esibiscono in Italia per due serate, a Bologna e Milano, set infuocati che non a caso hanno dato loro l'opportunità di aprire nei mesi precedenti concerti per Idles, Sprints e PVA.
Nati come trio, oggi rimasti in due i Chalk arrivano al primo album. Il debutto sulla lunga distanza di Benedict Goddard (chitarra e synth) e Ross Cullen (voce) “Crystalpunk” mostra una maggiore ricerca dell’anthem, dettaglio prevedibile visto il grande successo ottenuto, oltre a qualche cartuccia sparata a salve. I riferimenti viaggiano dagli immancabili Nine Inch Nails, fino ad episodi techno in zona Orbital e Underworld, con qualche velato approdo darkwave, accantonando totalmente le quote post-punk. A eguagliare i memorabili fasti degli Ep sono le scariche elettrificate e la batteria roboante di “Tongue” insieme alle memorie industrial nineties della successiva “Pain”, mentre “Can't Feel It” spinge in direzione dance ed electro, per poi rallentare e cercare i sing-along con il sound più asciutto tra indie-rock e alt-rock Duemila di “Longer”.
Si fanno ricordare meno la ricerca in direzione pop di “One-Nine-Eight-Zero” e gli echi del breve e sussurrato intermezzo “Eclipse, le cui atmosfere richiamano in parte Burial, per poi tornare in pista con la vetta techno-industrial quasi interamente strumentale “Skem”.
Il trittico finale scivola tra i ritmi ipnotici di “I.D.C.” verso il lungo e interessante esperimento underworldiano “Béal feirste”, mentre i ronzii della chiusura “Ache” risultano un surplus sottotono.
Con “Crystalpunk” i Chalk non soddisfano completamente (su disco perlomeno) il livello di aspettative che era stato raggiunto con i brevi episodi di premessa; nonostante ciò, è risaputo che dal vivo la formazione non lasci indifferenti e i pezzi in esame appaiono ben studiati per rendere al massimo nella dimensione live. Una fase di transizione che potrebbe lanciare i nostri verso lidi più elettronici (e pop) nel prossimo futuro.
(Claudio Lancia, Martina Vetrugno)