Ok, prima i difetti:
1. Detto chiaro e tondo: "Blue" è un mattone pazzesco. Dieci strumentali intrisi di secondo Novecento, a partire dalla strumentazione molto più sbilanciati sul versante colto che su quello rock. La musica è fredda, cervellotica, formale nonostante il piglio energico, gli scatti elettrici.
2. La voce, arroccata in territori operistici, rischia di essere più uno scoglio che un appiglio per l'ascoltatore. Sarà pur elegante, raffinata e tutto quanto, ma a furia di stagnazioni e inghiottitoi melodici opprime e disorienta. Il suo tedesco, poi, è più fonetica che emozione.
3. Il sound, super-definito, è privo di calore umano. Alieno e alienante – roba da Dream Theater. Anche la chitarra, nonostante le ascendenze Frippiane, sconfina spesso nel prog-metal più patinato.
Pazienza, dedizione e una certa predisposizione ai contorsionismi mentali possono renderli punti di forza inaspettati:
(Inizio dello sproloquio filosofoide)
1. I pezzi cambiano volto a ogni ascolto, durante ogni ascolto addirittura. Ciò che era sopra passa sotto, il tema diventa contrappunto, una traiettoria che appariva (contorta ma) lineare rivela mille snodi e biforcazioni. Impensabile memorizzare un simile mandala, inutile attendere il momento in cui tutto si mostrerà semplice e orecchiabile: qui il gioco è un altro, ed è quello di scontrarsi con la complessità irriducibile, limitarsi a seguire ora questo, ora quel sentiero. Per trovarsi, il più delle volte, in un vicolo cieco, o ancora al punto di partenza.
2. La voce in quest'ottica è un angelo ingannatore, una guida impassibile che sul più bello si dilegua per vie impossibili, lasciando il visitatore a sé stesso. A chiedersi come diavolo abbia fatto, mentre disperatamente cerca di riorientarsi (ignorando che il luogo è lo stesso di prima, ma quello che era il pavimento ora è il soffitto).
3. Il suono non è mai un tutto: è sempre e nitidamente somma di parti. Archi, fiati, percussioni di "Blue" immergono l'ascoltatore in uno stato di percezione acuita: se a distanza di sette chilometri sette gocce d'acqua cadessero in un pozzo, giurerebbe di vederle e poterle contare.
(Fine dello sproloquio filosofoide)
Resta da scrivere che:
a. Comunque la si voglia girare, "Blue" è ostico e lontano dalla leggerezza. Chi leggendo "progressive" si immaginasse Genesis, King Crimson o anche Magma e Henry Cow dovrebbe accostarsi al disco con la consapevolezza che si tratta di altra cosa. La strada sarebbe meno in salita per gli amanti di musica post-tonale & affini.
b. Un buon varco d'ingresso è senz'altro la traccia omonima "Blue" disponibile sul Myspace della band. Costellazioni di archi, fiati, basso e percussioni si fronteggiano a sintetizzatori liquidi e disumani in un continuo voltafaccia di incastri, intrecci e rilassamenti samba subliminali. Il colore è ovvio: il blu.
c. L'album è il quinto nella discografia dei Finnegans Wake, formazione belga/brasiliana attiva dal 1993. Chi, digerito per bene "Blue", volesse continuare l'esplorazione potrebbe cimentarsi col mastodontico doppio "4th", uscito nel 2004.
24/05/2009