Xeno & Oaklander

Xeno & Oaklander

Analogica eleganza

di Paolo Chemnitz

Da oltre quindici anni, il duo di Brooklyn non ha mai tradito la sua passione per i sintetizzatori analogici e per il fascino retrò dei primi anni Ottanta. Sean McBride e Liz Wendelbo sono tra i baluardi più credibili in ambito minimal wave, una corrente che durante il nuovo secolo è tornata prepotentemente in auge grazie soprattutto al loro inesauribile contributo

Quando un vecchio terreno comincia a essere rivangato dopo tanto tempo, può tornare a essere fertile come una volta. La minimal wave si è rimessa in moto così, nei primi dieci anni del secolo in corso, grazie a una serie di nomi più o meno apprezzati e al rifiuto categorico di adeguarsi alle nuove tecnologie: è bastato dunque affidarsi alla voce, a un sintetizzatore analogico e a una drum machine. Ce lo hanno insegnato con estrema efficacia alcuni progetti provenienti soprattutto dalla Germania (Echo West, Bakterielle Infektion, Second Planet, Qek Junior, The Rorschach Garden) e dal Nord America, come nel caso dei canadesi Automelodi o degli Xeno & Oaklander.

Come accade spesso nelle migliori favole, il destino ha giocato un ruolo fondamentale per la nascita di questo duo. Sean Mc Bride (lui americano) e Liz Weldelbo (lei di origini franco-norvegesi) si incontrano infatti per caso in una festa all’interno di un grande edificio frequentato da un gruppo di artisti: Sean lì dentro aveva il suo studio di registrazione, mentre Liz quel giorno faceva la disc-jockey al piano di sotto.
In quel periodo, Sean aveva già messo in piedi un progetto chiamato Moravagine, poi diventato Martial Canterel a partire dal 2004. Inizialmente, almeno qui in Europa, abbiamo cominciato a conoscere proprio questa sua creatura strettamente personale, divenuta nel corso degli anni una sorta di universo più intimo (tuttavia musicalmente non distante) rispetto all’ormai celebrato connubio qui in esame.

Le prime mosse targate Xeno & Oaklander non tardano comunque ad arrivare. Vigils (2006) è infatti un Ep in cui tutto sembra funzionare, soprattutto grazie alla voce di Liz, un diversivo necessario, capace di distinguere X&O dalle molte altre realtà in circolazione, spesso accusate alla lunga di essere eccessivamente monotone (a tal proposito, la proposta di Sean e Liz funge addirittura da ispirazione per alcuni progetti in procinto di emergere tempo dopo, come i Sixth June o i Linea Aspera). Curiosamente, tra queste sette tracce, trova spazio persino un pezzo cantato in italiano, “Non Senti”, quasi a voler subito mettere in risalto l’internazionalità di un prodotto di base newyorkese ma in verità pronto ad abbracciare il mondo intero.

Restiamo nella Grande Mela, nella seconda metà degli anni Zero. Un personaggio molto attivo all’interno della scena è Pieter Schoolwerth, fondatore di una label di culto chiamata Wierd Records. Oltre ai succitati Automelodi, su Wierd c’è spazio per altra gente: dai Led Er Est (autori del sorprendente “Dust On Common”) a Martial Canterel, fino agli Xeno & Oaklander, finalmente pronti nel 2009 al loro debutto vero e proprio, Sentinelle.
L’album si apre con un brano già utilizzato per un 7” e cantato sia da Sean che da Liz, “Saracen”, un biglietto da visita senza dubbio affascinante, oltre che dannatamente cupo. Questo mood plumbeo e malinconico contraddistingue l’intera durata del lavoro, qua e là inframezzato da passaggi più movimentati (i barocchismi di Sean nell’ottima “Preuss”) ma non per questo meno oscuri. Il clima diventa persino opprimente quando il disco imbocca strade velatamente sperimentali, come nel caso della minacciosa “Another”. La qualità c’è e si sente, perché Sentinelle nel giro di pochi mesi è già sulla bocca di tutti.

Trascorrono due anni e sempre su Wierd Records è il turno di Sets & Lights, ancora oggi l’unico lavoro in cui Sean e Liz compaiono sulla copertina. Se da un lato il duo cerca in qualche modo di far filtrare qualche raggio di luce (la dinamicità di “Years Before” o il synth-pop danzereccio di “The Staircase”), è ancora una straniante malinconia a farla da padrona: l’album rappresenta un piccolo passo indietro rispetto al debut, ma tra questi solchi è presente uno dei momenti più alti dell’intera carriera degli Xeno & Oaklander, “Desert Rose” (una magnifica poesia cantata a due voci), senza dimenticare un secondo tributo al nostro Belpaese (“Italy” rappresenta un episodio strumentale discretamente riuscito).
Pure in questo caso è entrato in gioco il destino: dopotutto, non è stato mai difficile vedere Sean McBride dalle nostre parti (in quanto fidanzato con una ragazza italiana), con conseguente discreta attività live in una serie di club del giro dark nazionale. 

Con il passaggio alla Ghostly International, il 2014 segna il ritorno del duo, nonostante una corrente minimal wave quasi giunta al capolinea e in procinto di essere soppiantata da sonorità più fresche e moderne di derivazione electrowave (guarda caso, proprio nel 2014, cominciano a spuntare fuori le prime cose di Boy Harsher).
Par Avion inaugura una serie di copertine contraddistinte da freddi e chirurgici disegni geometrici, mentre dal punto di vista musicale si intuisce il desiderio di riprendere in mano le coordinate più gelide e oscure del genere di riferimento, alimentandole con un approccio ai synth apertamente barocco. Il risultato si dimostra decisamente valido (la triste decadenza della title track si sposa alla perfezione con la poetica penetrante di “Sheen”) ma non viene ribadito due anni dopo dal meno ispirato e fin troppo sperimentale Topiary, un album presentato da un buon singolo (“Marble”) ma ormai fagocitato da una scena sempre meno interessata a questo minimalismo di matrice coldwave. Sean McBride però, come affermò alcuni mesi prima in una nostra intervista, non ha mai voluto arretrare di un millimetro (“normalmente la gente preferisce le cose nuove, ma per come la vedo io, dal 1978 al 1984, ci fu una vera e propria epoca d’oro della strumentazione musicale ed è questo quello che noi cerchiamo di riprodurre”).

In questi ultimi anni, l’esperienza targata Xeno & Oaklander sembra aver conosciuto una seconda vita, probabilmente anche grazie all’interessamento della Dais Records, label indipendente americana spesso sulla bocca di molti appassionati (e con un roster di assoluto rispetto). La fase di ipotetico stallo è stata dunque archiviata nel 2019 con la pubblicazione di Hypnos, un lavoro ispirato all’omonima divinità greca (Hypnos era un dio capace di inviare messaggi dalla sua grotta attraverso i sogni). Sean McBride riprende in mano alcuni sintetizzatori polifonici e comincia a tradurre il passato (la mitologia) in presente, aggiornando la proposta con qualche sprazzo di synth-pop duro e puro (da “Angélique”, cantata in francese, fino alle derive danceable di “The Light, The Whisper”), per una virata capace di valorizzare al meglio la voce sensuale di Liz, il cui apporto dietro al microfono diventa sempre più maturo e decisivo: dalla spuma del mare emerge una nuova femme fatale tutta da scoprire.

È una ripartenza molto incisiva questa, per gli X&O, perché le intriganti soluzioni messe sul piatto con questo come-back vengono ulteriormente sviluppate nel successivo e recente Vi/deo, un album presentato da una copertina a dir poco significativa: stavolta, infatti, a entrare in gioco è un colore caldo e saturo (il rosso), il cui abbinamento con il blu crea un contrasto scintillante per gli occhi e per la mente. Sean e Liz aprono dunque le porte a una sorta di immaginario retro-futurista, come se queste otto composizioni provenissero dall’interno di un tubo catodico. Il passato viene dunque filtrato attraverso la tecnologia, quella (vecchia) tecnologia che un tempo sembrava poterci spalancare una finestra verso nuovi orizzonti (titoli come “Television” o “Technicolor” diventano automaticamente inequivocabili).
Il disco si rivela piuttosto vario ed eclettico, tra splendidi affondi synth-pop (“Raingarden”), sinuose citazioni di natura french-pop (“Afar”) e uno stile ancora più elegante e raffinato (“Poison” è la gemma incontrastata dell’album).

Se dunque gli Xeno & Oaklander possono ritenersi gli ultimi baluardi di una lunga stagione all’insegna del revival minimalistico di matrice darkwave, non è solo una questione di talento, perché la loro impercettibile quanto onnipresente evoluzione artistica li ha silenziosamente trascinati al di là degli stereotipi classici del genere (“Noi in realtà cerchiamo di essere un’estensione di tutto questo”, aveva affermato Sean McBride in tempi non sospetti). Perché il passato, nel loro caso, ha anche abbracciato il futuro.

Xeno & Oaklander

Analogica eleganza

di Paolo Chemnitz

Da oltre quindici anni, il duo di Brooklyn non ha mai tradito la sua passione per i sintetizzatori analogici e per il fascino retrò dei primi anni Ottanta. Sean McBride e Liz Wendelbo sono tra i baluardi più credibili in ambito minimal wave, una corrente che durante il nuovo secolo è tornata prepotentemente in auge grazie soprattutto al loro inesauribile contributo

Xeno & Oaklander
Discografia
 Vigils (Ep, Xanten, 2006)

 7

Sentinelle (Wierd, 2009)

7,5

 Sets & Lights (Wierd, 2011)

6,5

Par Avion (Ghostly, 2014)

 7

 Topiary (Ghostly, 2016)

 7

Hypnos (Dais, 2019)  7,5
Vi/deo (Dais, 2021) 7,5
pietra miliare di OndaRock
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