caroline (uk) - Ardite traiettorie post-rock

intervista di Daniel Moor

Per il loro secondo, esaltante disco i caroline ne hanno pensate delle belle. Da un beat elettronico sommerso, percepito dal bagno di un club, a parti diverse di una canzone suonate contemporaneamente in due stanze e collegate tra loro da un microfono in movimento, la band sfrutta le potenzialità offerte da modi differenti di registrare. Un nuovo intrigante modo di sperimentare si inserisce così nell’ardito post-rock del complesso inglese, più interessato che mai anche alle linee melodiche e a un sound hi-fi. Di questo e di molto altro abbiamo parlato con il chitarrista della band, Mike O’Malley. L’intervista che segue è stata condensata per maggiore chiarezza.

Come descriveresti i caroline ora rispetto alla band che eravate prima del vostro debutto?
Onestamente è difficile fare un paragone con la band di 5 anni fa: non avevamo ancora fatto nessun tour, e abbiamo assemblato “caroline” un pezzo alla volta. Inizialmente si trattava di una configurazione molto fluida di persone che suonavano nel complesso, ma alla fine della registrazione si era solidificato un gruppo di 8 componenti. È stato forse solo dopo le numerose date a supporto del nostro debutto che siamo diventati una vera e propria band con una precisa visione musicale condivisa. “caroline 2” è il frutto di questo processo di crescita e di queste esperienze.

Quindi andare in tour come "full band" ha influenzato anche la composizione dei brani su “caroline 2”?
Assolutamente! Dopo un periodo in cui si suona insieme, ti accorgi dei punti di forza di ogni persona nella band e questa consapevolezza si è inserita nel modo in cui abbiamo scritto le canzoni.

Ho letto che tu, Jasper e Casper avete pianificato dei viaggi di scrittura per trovare l’ispirazione. Qual era la vostra idea prima di partire? È qualcosa che avevate già fatto per il primo disco?
È una cosa che abbiamo sempre fatto per iniziare o finire un progetto. Per noi è importante allontanarci dalla routine quotidiana per alimentare la creatività e limitare le distrazioni; anche scrivere mentre siamo in tour è qualcosa che non funziona nel nostro caso. Per iniziare a riflettere sul nuovo album siamo andati in Scozia e abbiamo portato idee, memo vocali, frammenti di registrazioni da discutere tra di noi. L’idea del microfono in movimento tra le due stanze che abbiamo usato per “Coldplay Cover”, è nata in uno di questi viaggi e, prima di presentarla agli altri, l’abbiamo testata noi tre.

Quando viene presentato lo scheletro di una canzone alla band?
Accade in maniera molto naturale quando siamo in chiaro sull’obiettivo di un brano sul piano concettuale. In questo modo, ogni membro della band ha un’idea chiara della direzione in cui vogliamo andare.

La fluidità e la raffinatezza delle otto canzoni sono impressionanti. Soprattutto considerando che spesso si tratta di parti diverse giustapposte, scritte e registrate in contesti diversi, ma il tutto suona così organico, naturale. Ho l’impressione che vi siate concentrati maggiormente sulle melodie rispetto al vostro primo disco.
Sì, assolutamente. È stato interessante esplorare l’idea di avere un’attenzione maggiore sulle melodie vocali e un cantato in primo piano. Per il tipo di musica che suoniamo ci è sembrato un concetto radicale; allo stesso modo registrare in uno studio di alta qualità era un aspetto di novità. Però le dinamiche dei nostri brani non sono state stravolte: il focus non è mai esclusivamente su chi canta e sui testi, ma si allude alla struttura e al funzionamento di una canzone tradizionale.

Probabilmente i testi assecondano queste dinamiche. Essi sono evidentemente meno interessati alla narrazione, ma si concentrano maggiormente su suscitare immagini suggestive. Come scrivete i testi delle canzoni e come interagiscono con gli aspetti musicali di ogni composizione?
È un’ottima descrizione e mi trovo molto d’accordo. La gran parte dei testi sono scritti da Jasper mentre stiamo lavorando alla musica e nascono in maniera molto spontanea. Questo è anche un motivo per cui fare delle demo è importante. Non significa che i testi siano privi di significato, ma - come dicevi - non si basano sulla narrazione; quando ci sono elementi narrativi, essi costituiscono una parte della lirica e poi ci sono sempre altri versi.

 


Il vostro approccio sperimentale alla registrazione mi ha colpito molto. Mi sembra che per voi la registrazione sia come un altro aspetto della composizione, e dunque un processo artistico. Le trovate che avete sviluppato per “Coldplay Cover” e “When I Get Home” sono geniali!
Trovo difficile concepire una canzone come qualcosa di separato dal modo in cui è registrata e prodotta. Siccome è il modo in cui si decide di presentare le proprie idee, composizione e registrazione e produzione sono intrinsecamente connesse. Quasi tutte le idee applicate in fase di registrazione erano già state “scritte” prima di andare in studio a registrare e sapevamo come ci avremmo dovuto muoverci. Proprio l’ambiente del club in “When I Get Home” è stata una delle trovate a cui siamo giunti solo dopo la sessione di registrazione. Ci sembrava che mancasse qualcosa al pezzo e quasi per scherzo siamo arrivati all’aggiunta del beat come si potrebbe sentire in un bagno di un club. C’è una sorta di meme che circola su YouTube con compilation di musica registrata dai bagni dei locali e ne abbiamo messo su uno per testare l’idea: si sentiva “Dynamite” di Taio Cruz. Dopodiché abbiamo commissionato una traccia nella corretta chiave appositamente per il nostro brano e l’abbiamo registrata mentre suonava in un club.

Sul palco suonate in una formazione a semicerchio: perché questa scelta? Come spettatore, mi ha dato un senso di intimità, come se fossi invitato a entrare nella musica e nelle dinamiche vivaci e mutevoli del gruppo.
Immagina se suonassimo tutti e otto in linea, sarebbe stranissimo! Scherzi a parte, all’inizio suonavamo in venue molto piccole e non ci stavamo sul palco e abbiamo iniziato a suonare per terra, spesso in cerchio. Ora che siamo su palchi più grandi, suonare con una formazione a semicerchio ci permette di continuare su questa strada; inoltre, vederci mentre suoniamo rende più facile sintonizzarsi e inserirsi al momento giusto. Comunque sono d’accordo con te: si crea un senso di intimità ed è una bella sensazione per tutti, sia per il pubblico che per noi sul palco.

Probabilmente è solo una coincidenza ma, dato che Caroline Polachek canta in una canzone di “caroline 2”, non posso non chiedertelo. L’ultimo brano “Beautiful Ending” inizia con queste parole: “Did you recognise it? I’m halfway off my island”. È un riferimento alla prima strofa dell’ultimo disco di Caroline, “Welcome To My Island”?
Vero! Allora, non è voluto, ma ti dirò: siamo fan di Caroline e abbiamo ascoltato molto il suo ultimo disco. Sospetto che, se quella canzone non fosse esistita, il subconscio di Jasper non sarebbe mai arrivato a formulare quel verso. È come se ora facesse parte del suo vocabolario.

(13 luglio 2025)

Discografia

caroline(Rough Trade, 2022)
caroline 2(Rough Trade, 2025)
Pietra miliare
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