Jeremy Ivey

Jeremy Ivey

Una tempesta senza fine

intervista di Daniel Moor

In occasione della pubblicazione del suo secondo disco, abbiamo avuto modo di entrare in contatto con il cantautore statunitense Jeremy Ivey e di potergli porre qualche domanda riguardante la realizzazione di “Waiting Out The Storm”. Tra i vari argomenti abbiamo discusso del suo modo di comporre e concepire le canzoni, del suo straordinario affiatamento con Margo Price e della presenza di riferimenti a tematiche attualissime nella sua musica. Qui sotto potete leggere l’intervista integrale e di come, piuttosto che scrivere brani volutamente politicizzati, preferirebbe cantare di una storia d’amore tra Buffalo Bill e Medusa. E noi, a dirla tutta, non vediamo l’ora che questo succeda.

Il tuo nuovo album si chiama “Waiting Out The Storm”. A che genere di tempesta ti riferisci? Si tratta forse di una tempesta climatica o politica?
Si tratta di una tempesta di destino e prova. Una tempesta di tempo e sangue. Non avrà mai una fine, ma noi sì.

Nei tuoi testi traspaiono numerosi riferimenti alle problematiche della contemporaneità, dalla crisi climatica al razzismo ancora diffuso nella nostra società. I tuoi testi sono volutamente politicizzati o consistono principalmente in riflessioni personali basate sull’osservazione di quanto ti circonda?
Si tratta principalmente di una reazione personale piuttosto che di una deliberata intenzione di essere politicizzato. Non voglio essere accusato di essere politicizzato. Preferirei scrivere di antiche città e di popoli del mare telepatici o di Buffalo Bill che si innamora di Medusa.

Pensi che gli artisti dovrebbero trattare maggiormente queste problematiche, come per esempio la crisi climatica, nei loro lavori?
Sì, penso che sia importante sfruttare la propria frustrazione interiore. Denunciate apertamente l’avarizia che sta rovinando il nostro pianeta e il razzismo gretto, tipico di una mentalità chiusa. Ma fate attenzione che sia ben fatto: una canzone di protesta mal scritta è peggio di nessuna.

“Tomorrow People” è una splendida opening track. Sembra che si rivolga sia alle persone del futuro ma anche in maniera diretta a chi ti ascolta. Come ti è venuto in mente di scrivere questa canzone?
Ho letto le parole sullo scaffale di una libreria di un rigattiere e mi sono venuti in mente alcuni versi. Chiedersi quali sono i danni che si stanno verificando nel nostro presente inciderà molto sul futuro. Una volta arrivato a casa, dovevo solo annotarmelo; Margo mi ha aiutato con un paio di versi.

Sia il tuo ultimo disco che quello di Margo testimoniano come una certa musica americana sia in fermento e nuove voci stiano prendendo il posto che spetta loro nella scena contemporanea. Cosa pensi della scena attuale tra Americana e contemporary country. Hai avuto modo anche tu di lavorare con Sturgill Simpson vero?
Beh, conosco Sturgill da circa un decennio. Non considererei la sua musica Americana. La considererei southern per il tono, ma neppure country in realtà. Non so per davvero cosa sia Americana, né mi importa saperlo. La musica o è buona o è forzata. Preferirei suonare buona musica e lasciare quella forzata per la vendita di Stetson (un marchio storico statunitense di cappelli, ndr) e iPhone. Non mi piacciono le categorie dei generi. Suono musica americana, ma vi ci puoi trovare anche l’influenza di altre culture.

Come è invece lavorare e scrivere canzoni insieme a Margo? Quanto vi influenzate a vicenda?
È la cosa che preferisco di più al mondo. Ci influenziamo un sacco a vicenda. Siamo competitivi e ci spingiamo l’un l’altro fuori dalle nostre comfort zones.

Nei periodi in cui state lavorando e componendo assieme, come riuscite poi a separare il lavoro dalla vostra vita matrimoniale?
Non lo facciamo, è tutto la stessa cosa. Una discussione può diventare un testo e un testo può tramutarsi in una discussione.

Se non sbaglio avete scritto insieme il testo di “Someone Else’s Problem” in una sorta di botta e risposta, un verso alla volta. Eppure il testo è molto uniforme, coerente e arriva dritto al punto. Avete sempre questo affiatamento quando scrivete insieme?
La maggior parte delle volte sì. Nelle canzoni di Margo ho scritto molte cose dal suo punto di vista. Abbiamo capito come fare a parlare l’uno per l’altro e come rendere questo molto naturale.

Immagino che la canzone sia stata scritta nel 2019 o a inizio 2020. Ciononostante è attualissima in questa seconda metà del 2020. I riferimenti alle uccisioni per mano di agenti di polizia razzisti e alla crisi climatica sembrano riferirsi a quello a cui abbiamo assistito nella scorsa estate, con l’uccisione di Floyd e l’insorgere delle proteste e poi i violenti incendi californiani che hanno tinto di un rosso apocalittico il cielo della West Coast. Ti senti forse un po’ un profeta?
Questa è una domanda meravigliosamente formulata. No, non mi sento una specie di profeta. Quando scrivi una canzone del genere, ti senti a pezzi, come annichilito. È tristezza che si tramuta in rabbia. Ho trascorso molti anni cercando di imparare come trasporre le mie emozioni in parole. Ho letto libri su libri, da Gibran a Vonnegut, da Plath a Lorca. Non posso compararmi al loro lavoro, ma ho il mio a cui dedicarmi. Come ho detto, non voglio scrivere necessariamente di questo genere di cose, ma quando delle vite preziose vengono rubate sotto la luce del sole da uomini odiosi, non c’è modo di ignorarle.

Il surreale e l’onirico sono temi ricorrenti nelle tue canzoni (“How It Has To Be”, “Movies”). L’effetto è intenzionale o è frutto piuttosto di intuizioni momentanee, idee che sopraggiungono e che trasponi di getto in un brano? Pensi sia forse una strategia poetica capace di caricare di plurime sfumature di significato i testi delle canzoni?
Provo a non pensare troppo alla musa poetica; la lascio piuttosto fluire dentro di me. Non mi sto molto a chiedere se abbia senso o meno: se i versi sono buoni e scorrevoli, allora si capirà. In “How It Has To Be” volevo ad esempio sottolineare come la storia si verifichi tutta in una volta sola e come i nostri problemi più grandi siano senza tempo. In “Movies” stavo invece solo trascrivendo un sogno che avevo fatto. Accolgo di buon grado l’assurdo, perché c’è della verità in esso.

È cambiato qualcosa nel tuo processo di scrittura rispetto al tuo esordio solista?
Direi che ho maggiore libertà. Non penso avrei potuto inserire “A robot president that plays golf” (in “Things Could Get Much Worse”, ndr) nel disco precedente… (ride)

La lunga convalescenza dopo la tua esperienza con il Covid-19 e la quarantena hanno inciso sul tuo modo di fare e concepire la musica?
Sì e no. Comporre è una cosa tutta interiore. Forse le sofferenze comunicano con quel luogo profondo. Di sicuro ora mi godo di più le piccole cose nella mia vita.

L’anno scorso hai detto che avevi intenzione di pubblicare molta musica nel futuro prossimo. Ci confermi che è ancora questo il tuo piano? Hai intenzione di pubblicare nuova musica nel 2021? Se sì, puoi dirci qualcosa di più al riguardo? C’è forse un tema comune, un concept, che lega le canzoni del tuo prossimo disco?
Sì, ne avrò pronto sicuramente uno per l’anno prossimo. Margo pure. Con la speranza che, qualsiasi cosa diventi il mio prossimo disco, sia costituito da buone canzoni. Altrimenti potrei diventare un clown da rodeo o qualcosa di simile.

Grazie per il tuo tempo!
Grazie molte a te! Spero di poter venire nel vostro bellissimo paese e bere e mangiare come se fossi in paradiso.

(Novembre 2020)

Discografia
 The Dream And The Dreamer (ANTI-, 2019)
Waiting Out The Storm (ANTI-, 2020)
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