Luigi Porto

Luigi Porto

Un italiano a New York tra classica e elettronica

intervista di Valerio D'Onofrio

Giunge al quinto album la discografia del musicista italiano Luigi Porto che - dopo l'apprezzato “Scimmie” - ha appena pubblicato “Tell Uric”. Luigi vive da anni a New York e questo gli ha permesso di essere testimone della realtà degli Stati Uniti, potendo quindi comprendere in pieno le differenze con il Vecchio Continente. L’abbiamo incontrato per conoscere meglio la genesi di "Tell Uric". Di questo e altro abbiamo parlato in questa chiacchierata.

Ciao Luigi, piacere di incontrarti. Sono passati ben sette anni dal tuo ultimo disco “Scimmie”, ovviamente immagino che in questi anni avrai fatto tantissime cose. Di cosa ti sei occupato?
Sette anni quasi. E per "Scimmie", sette dal precedente. Ho scritto musica per diversi film, realizzato qualche installazione e soprattutto ho bazzicato la musica sinfonica. È stato un momento per me necessario. Ho anche scritto un'opera, "Anita di Laguna", che ha avuto première parziali in diverse venue, tra cui Carnegie Hall.

In questi anni ti sei occupato di musica classica, "Tell Uric" invece si muove in altre direzioni. Avevi voglia di cambiare?
È complicato. Diciamo che proprio Carnegie Hall è stato un punto di svolta a livello psicologico. È come se si fosse riempita una damigiana più del dovuto. Per adesso ne ho abbastanza di sale da concerto, bei vestiti, pubblico raffinato e intellettualmente privilegiato. Già da un po' avevo ricominciato a prendere qualche serata per suonare dal vivo "in elettrico" a Manhattan e Brooklyn, poi è venuta la pandemia e tutto è stato annullato, ma ho avuto il tempo di finalizzare "Tell Uric", e la direzione era quella, un disco elettrico e analogico, con l'elettronica ridotta ai minimi termini, almeno nella fase puramente sonica. Volevo tornare a fare canzoni che si potessero suonare dal vivo con una band classica senza perdere senso ed energia.

porto_luigi_01Mi spieghi meglio la scelta del titolo?
"Tellurico" è in accezione negativa, il modo in cui i filosofi tradizionalisti concepiscono le culture e gli individui "inferiori". Mi girava in testa da anni, poi avendo vissuto le borgate italiane e soprattutto i quartieri americani della working class, vedendo soprattutto i contrasti mentali di chi vive in un lato della città e ne frequenta un altro, ho capito un po' di più chi ero, da dove venivo. In altre parole, ho frequentato il jet-set di New York e il mondo dei lavoratori, e mi sono accorto che sempre lì tornavo, perché vi appartengo. E non è una posa radical chic, è proprio una constatazione. Io vengo dal basso, e lì sono tornato. Chi viene dalla terra vi ritorna, sempre. "Tell Uric" è anche il mio senso di non appartenenza latente.

Sei giunto al tuo quinto album, ma nella tua discografia non è semplice trovare un punto di continuità. I tuoi dischi sono sempre molto diversi tra loro. È una scelta o semplicemente sei tu che cambi negli anni?
Forse perché io intendo la musica come un percorso artistico e, per fortuna, non ho avuto una band con la quale vendere un suono "brandizzato" per accontentare i fan e il booking agent. Se contiamo "Look At Me" di Appleyard College siamo al quarto album più un Ep ("Respirano", un disco che ha girato pochissimo ma al quale sono molto legato, tanto da essere diventato il nome della mia etichetta). Chi mi conosce musicalmente, come probabilmente anche te, sente la mia mano in tutto quello che faccio, anche se i mezzi sono diversi. In realtà è molto semplice, sono passato negli anni dalla forma canzone alla scrittura strumentale, per poi tornare alla prima, magari con un po' più di consapevolezza. I miei dischi li sento sempre tutti molto organici, ma ovviamente sono discorsi a sé stanti che iniziano e finiscono, la continuità tra essi c'è, ma non per forza deve esprimersi nello scrivere pezzi tutti uguali, può essere un qualcosa di più sottile. Fossi famoso (e bravo) come Sakamoto, Bowie, Battiato o i Queen, nessuno si stupirebbe di trovare dischi diversissimi tra loro nella mia discografia. Ma pur non essendolo, rivendico il diritto di avere un percorso.

Vivi a New York, proprio qualche giorno fa leggevo una intervista a Lydia Lunch che diceva che la sua New York degli anni 80 oggi non esiste più. Che per un’artista è praticamente impossibile viverci. Sei d'accordo con questa affermazione?
Prima della Lunch, disse la stessa cosa Patti Smith. Fino a prima della pandemia era così, bisogna vedere adesso cosa succederà. Ne abbiamo già parlato in passato, la città operaia famosa perché i suoi affitti economici attirarono artisti e musicisti nel secolo scorso fino al pre-Covid non esisteva più, i gruppi musicali erano una cosa del passato, a parte le band jazz (che fanno parte dell'industria del turismo), si vedevano solo cantautori voce e chitarra e gente con felpe dietro ai laptop, e molti dei locali storici li ho visti chiudere per sempre da quando sono qui. Ho l'impressione però che adesso qualcosa sia cambiato. Siamo tornati in molti a fare musica elettrica. Ho fondato quest'anno la Respirano Records, che dopo "Tell Uric" stamperà l'esordio di un gruppo che si chiama Manicburg.

Ho letto che vivi in un quartiere multietnico. Vedi un fermento culturale? Sei ottimista per un futuro che possa ricostruirsi dal basso, dai giovani? Io sono pessimista sinceramente, ma persino Orwell in "1984" diceva che se una speranza c’è, quella è nei "prolet".
Non mi occupo di futuro, anche se come tutti gli artisti, mi ci imbatto ogni tanto. Sicuramente non credo molto nella mia generazione, siamo davvero quelli purtroppo più noiosi e "nati stanchi", le nuove forse hanno qualcosa da dire, di sicuro hanno più energia. Nel mio quartiere non c'è, ancora, un fermento interclasse, ci possono essere tutti gli aggregati etnici che vuoi, ma se un giapponese ricco, un americano ricco e un africano ricco fanno musica insieme, uscirà musica multicolore per ricchi, che è pure bella eh, ma ce n'è già tanta in città. Se si incroceranno le classi sociali nascerà magari la magia.

Tornando al tuo disco, c’è un messaggio in particolare che vorresti passasse?
No. Quando capisco cosa vuol dire una canzone spesso non mi piace più. Meglio il mistero.

In "Tell Uric" sono tante le collaborazioni, vuoi parlarci di qualcuna in particolare? Tu quali strumenti suoni nell’album?
Io suono chitarre, bassi, piano, synth e canto, in alcune occasioni mi diverto al violoncello e altri strumentini, ovviamente in parti minori. Ci sono musicisti americani provenienti dalla musica contemporanea, come Ray Lustig, e italiani dal mondo della musica tradizionale e rock, come Al the Coordinator, c'è Alexandra Linde che è svedese e una famiglia di musicisti hippie filippini (An Outskirt) ai cori. Come vedi, il vizio di mischiare cose diverse continua. Poi ho curato anche interamente la parte visuale, dalla grafica ai videoclip, che mi giro e monto da solo (con qualche aiuto sapiente come Giacomo Triglia e la Awén Films). Lavoro nel cinema da 15 anni e ho a che fare con l'estrema professionalità di qualsiasi figura al giorno d'oggi, dal color corrector all'operatore drone fino al focus puller, ho avuto film in tutti i festival del mondo, potrei avere una troupe stellare solo aprendo l'agendina e chiamando amici a caso: il piacere di girarmi i video da solo con un telefonino che non è neanche un iPhone è di un liberatorio punk, un dito medio alla "qualità a tutti i costi" che non hai idea.

A New York che scena musicale vedi in questi anni? C'è qualche band che ci consigli?
Ripeto, secondo me, adesso la città sarà da tenere d'occhio. Se ne sono andati un milione di persone nel 2020 da New York. Sai che vuol dire un milione? Molti erano artisti, che non riuscivano ovviamente a continuare a permettersi di vivere lì. Bianchi e orientali, ché i neri e gli ispanici son dovuti restare, quelli non potevano neanche permettersi di andarsene. Ci sarà un ricambio? Magari di gente più incazzata.

Hai progetti futuri di cui vuoi parlarci?
L'unico riguarda il secondo film di Ashish Pant che sto musicando, dopo "Uljhan", che al momento è in concorso a Shanghai dopo Santa Barbara e Marché du Cannes, e che sarà seguito da una serie tv sempre dello stesso regista. Per il resto, ogni mattina mi sveglio e mi chiedo se quello sia il giorno in cui rimetto mano a un pezzo sinfonico che stavo sviluppando fino all'anno scorso, ma ogni mattina mi rispondo che il giorno non è quello. Sto scrivendo canzoni nuove, sto collaborando con questa band, i Manicburg, con membri che provengono da ambienti molto eterogenei. E poi ho messo su una band in Italia con musicisti bravissimi, con la quale porterò in giro "Tell Uric" rigorosamente "in elettrico", virus vari permettendo.



Discografia
 My My After World (autoprodotto, 2004) a nome Mond 
Look At Me (Cold Current, 2006) a nome Appleyard College

 

 Respirano Ep (autoprodotto, 2007) 

 

Scimmie (Snowdonia, 2014) 
Tell Uric (Respirano, 2021) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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