Mariella Nava

06-10-2024
"Figlio, non sei più giglio". Prende spunto dalla lauda "Il pianto della Madonna" di Jacopone da Todi, il monologo teatrale di Stefania Porrino che un duo d'eccezione sta portando sui palcoscenici nazionali. Daniela Poggi, volto noto del cinema e della tv, che vanta collaborazioni con Walter Chiari, Johnny Dorelli, Ettore Scola e Arnoldo Foà - il suo curriculum vitae comprende anche la conduzione di "Chi l'ha visto" e partecipazioni a fiction come "Incantesimo", "Il maresciallo Rocca", "Nebbie e delitti" e "L'allieva" - è Maria, una donna contemporeanea madre dell'autore di una violenza contro una donna, genitrice a sua volta.
Ad accompagnare la recitazione c'è la musica di Mariella Nava, (cant-)autrice emersa a metà degli anni Ottanta ma che si è affermata soprattutto grazie a "Spalle al muro", che oggi resta una delle canzoni più amate del repertorio di Renato Zero degli anni Novanta insieme a "I migliori anni della nostra vita" (di Guido Morra e Maurizio Fabrizio) e "Cercami". Sue anche "Come mi vuoi" (Eduardo de Crescenzo, in seguito riletta da Mina), "Il gioco delle parti" (Mietta), "Per amore" (Andrea Bocelli) e "Questi figli" (Gianni Morandi). Da anni ha un'etichetta discografica, Suoni dall'Italia, e ha appena partecipato a un album-tributo a Franco Califano, "Sarò Franco - volume 2" pubblicato da Azzurra Music, con la direzione artistica di Dori Ghezzi, Federico Zampaglione, Grazia Di Michele e Franco Simone.
Artista schiva e riservata, ma con idee molto chiare e una forza racchiusa in una penna poetica che ha saputo esprimere amore, eros e ogni sfumatura della condizione umana, con empatia e una sorprendente capacità di immedesimazione. Abbiamo cercato di carpire qualche segreto sul suo originale approccio alla scrittura, tanto per sé quanto per altri artisti, un ricordo di Mango (che con lei duettò) e Lucio Dalla (firmarono insieme un brano di "Luna Matana") e com'è arrivata a Eros Ramazzotti l'intensa "Ogni volta che respiro", su musica del compianto Maestro Ennio Morricone.
Proprio quest'ultimo brano dà il titolo a una playlist Spotify realizzata a corredo dell'intervista e dedicata all'artista tarantina, che comprende alcuni dei suoi brani più importanti, le sue più illustri collaborazioni e l'inedito di Franco Califano "Oltre la città", eseguito da Mariella con la partecipazione di Vincenzo Schettini.




Com'è nata l'idea di questo connubio artistico tra te e Daniela Poggi, quando è nata e quale è stato il responso del pubblico nei teatri? Pensi che sia stato recepito forte e chiaro il messaggio?
Il pubblico reagisce molto bene. All'inizio ci sono sguardi interrogativi, non è semplice capire quale sia il messaggio parlato delle sensazioni che vive una famiglia, o una madre nel nostro caso, dalla parte del femminicida, dell'assassino. Solitamente si fanno viaggi introspettivi su quello che accade da parte della vittima, il che può portare lo spettatore a chiedersi: come mai? Cosa c'è, la voglia di giustificare? Di comprendere? Di perdonare? No, di prevenire. Questa è la nostra missione, quella di far capire cosa possa essere accaduto nel processo educativo di una madre che si pone domande e cerca, riavvolgendo il nastro della propria vita, di comprendere se ci sono state carenze, lacune da parte sua, qualcosa che ha disatteso.
"Non avrei mai potuto immaginare di trovarmi un giorno un figlio che non riconosco più". Si chiede se sarà mai in grado di perdonare, ma alla fine non diamo la risposta: è chiaro che sarà il figlio a dover riconoscere la gravità di ciò che ha fatto, passando un processo di riconquista di una ragionevolezza, di qualcosa che ha sicuramente perso. Questo è il nostro viaggio e lo spettatore viene preso per mano, grazie alla capacità interpretativa di Daniela. Ogni volta lei vive realmente quel dramma e lo interpreta magistralmente, mentre io sottolineo musicalmente evidenziando i passaggi, le emozioni, attraverso canzoni a tema.

Hai spesso trattato questo tipo di tematiche nelle tue canzoni...
Sì, tante volte. In "Dentro una rosa", "In nome di ogni donna" che è stata inserita in questo spettacolo perché a un certo punto dice "Tu perché non sei venuta da me?", riferendosi alla compagna del proprio figlio come a dirle "come mai non hai pensato che io potessi diventare, da donna, una tua alleata? Perché non ti sei rivolta a persone che potessero aiutarti, perché non hai denunciato?". In questo passaggio io canto, appunto, "In nome di ogni donna" (che potete ascoltare nella playlist, ndr) che è una canzone che oggi trovo attuale, pertinente.

C'è molta attenzione oggi nei confronti della violenza sulle donne, anche al cinema (da "C'è ancora domani" di Paola Cortellesi a "It Ends With Us") e penso tu sia inserita coerentemente col tuo passato in un discorso che è sempre tristemente attuale. Sappiamo che oltre allo spettacolo, che sta raggiugendo i teatri e presto anche la Camera dei Deputati, hai registrato un inedito di Franco Califano per un disco tributo appena pubblicato da Azzurra Music, "Sarò Franco vol. 2". Come ti sei approcciata al suo repertorio?
In "Sarò Franco" il brano che interpreto è in apertura del secondo volume, si intitola "Oltre la città". È un inedito ed è stato molto bello approcciarmi a questo testo. Ho voluto conservarlo e cantarlo com'era, al maschile, per dare voce alla sensazione raccontata in questa canzone-poesia come lui sempre sapeva fare. Si parla di una relazione difficile in cui lui avrebbe voluto buttarsi, scontrandosi tuttavia con la resistenza dall'altra parte. Un insieme di pensieri espressi molto bene, e col mio pianoforte ho cercato di trasmettere le emozioni che ho provato quando ho ascoltato per la prima volta il provino. Una curiosità è che con me c'è il violino di Vincenzo Schettini, un brillante divulgatore e professore di fisica che spiega bene quanto la musica altro non sia che aria, vibrazioni, onde che noi dobbiamo convogliare e direzionare. Ci siamo uniti in questo processo "emozionale-fisico" (ride) grazie alla scrittura di Franco.

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Trovi che ci siano punti di contatto tra la tua scrittura e quella di Califano?
Sicuramente sì, anche a me piace raccontare l'amore in maniera profonda, anche lì dove ho toccato passaggi più sensuali volevo raccontarli con una certa partecipazione emotiva. Il primo volume di questo tributo di Alberto Zeppieri è stato premiato al Club Tenco come Migliore album a progetto, parla d'amore in maniera viscerale e sono stati chiamati a cantarlo personaggi che hanno saputo esprimere l'amore, come ad esempio Patty Pravo. Ha fatto tanto bene sentire la sua voce in "Io so amare così", perché lì si racconta la possibilità per un amore di essere vissuto anche solo in un istante, senza ipocrisia, perché a volte c'è questo legare l'amore a vincoli, a tempistiche, mentre Franco amava raccontare l'amore per l'amore.

È curioso il fatto che tu abbia desiderato tenere tutto al maschile. Pensandoci bene, in quasi quarant'anni di carriera sei stata protagonista di una rivoluzione gentile, passata forse sotto traccia ma alla fine dirompente: un'autrice donna che ha scritto canzoni interpretate da artisti uomini, quando in Italia è sempre accaduto il contrario - non abbiamo avuto una "nostra" Carole King. Sei riuscita a fornire un punto di vista differente, con sensibilità ed empatia (in "Questi figli", cantata da Gianni Morandi nel 1985) ma anche con passione ed eros, in "Come mi vuoi" che scrivesti con Eduardo de Crescenzo, con questo ballo di seduzione in cui lui si interroga su come accendere la passione nella sua partner, qual è il meccanismo, l'interruttore...
Sai, il punto di vista femminile non è così distante in rapporto alla seduzione. Gli intenti sono gli stessi, arrivare alla meta... e ognuno lo fa alla propria maniera. Ho cercato di raccontare silenziosamente ciò che la donna fa, ma in modo efficace, e ho pensato di dar voce al pensiero maschile attraverso il mio punto di vista. Quindi spesso ho voluto sperimentare questo "transfert", per non nascondermi dietro nulla. Penso a quando ho cantato "La mia riva", "Un bacio" (che sembrava molto leggera). La donna non l'aveva mai fatto, perché aveva gli uomini a scrivere per lei. Non era mai stato tanto al contrario, almeno in Italia: c'ho provato e ci provo ancora.

Un aspetto che colpì molti, e colpì lo stesso Morandi quando gli arrivò tra le mani "Questi figli", è la maturità del testo e la tua capacità di immedesimarti nelle preoccupazioni dei genitori, nonostante tu allora fossi poco più che ventenne.
Questa è sempre stata una mia attitudine, quella di mettermi in osservazione delle cose. Sono sempre stata molto attenta per crescere, è quasi un vizio di forma il mio. Non partecipare ma osservare, anzi, partecipare osservando (ride). Non è stato complicato, quando tornai più tardi di quanto avessi promesso ai genitori, guardare la reazione di mia madre, quasi di delusione. Avevo un fratello e una sorella più grandi, e lei diceva "anche tu come tutti gli altri, io pensavo fossi diversa". E ancora: "I figli non ti ascoltano, non ti considerano, non capiscono l'ansia". Io lo capisco, ma cosa ci potevo fare? Era la mia necessità di crescere e non badare all'orario. Fu questo dettaglio che mi fece diventare la madre di me stessa.

Il nome di Mariella Nava, per i nostri lettori, farà sicuramente balzare alla mente il rilancio della carriera di Renato Zero nel 1991 con una delle sue canzoni più note del decennio. Anche in quel caso hai scritto "Spalle al muro" sull'avanzare dell'età e avevi trent'anni, ed è un'ulteriore dimostrazione della tua capacità di immedesimazione...
Questo è un esercizio che ho sempre compiuto fin da bambina. Sono riflessioni, chiunque fa un braccio di ferro continuo con il tempo e diventa sempre più difficoltoso man mano che andiamo avanti. Se nessuno vuole morire prima e vogliamo vivere a lungo, perché ci fa così paura la vecchiaia? La società a suo tempo non la prevede come tempo di vita, e con la canzone volevo riscattare l'aggettivo "vecchio". Non quindi nell'accezione negativa, ma in quella di lunga vita, di saggezza.

Renato poi aveva quarant'anni... com'è nata questa collaborazione? Come è stato possibile che si sia deciso a partecipare a Sanremo e con una canzone di cui lui non ha firmato né il testo né la musica? Com'è lavorare con lui?
Sono canzoni che quando scrivo penso subito alla voce più adatta, e spesso non ho esitazioni: la voce giusta è la sua. Anzi, il suo cantare, il suo essere, mi dà ispirazione. Quella per "Spalle al muro" fu una collaborazione fulminea, nata spontaneamente: stretta di mano, "tu scrivi bene, scrivimi qualcosa, pensa a qualcosa per me". Avevo una grande responsabilità: "Renato Zero che mi chiede di scrivere per lui?" Lo ritenni un esame, questo allora fu il mio pensiero. Quando Renato ascoltò il provino, gli fu subito chiaro che si trattasse di una canzone "da portare su un palco importante". Non era mai stato a Sanremo e decise di farlo con la mia canzone! Fu qualcosa di molto potente, lì si fermò il tempo: Sanremo raggiunse un culmine di energia perché la canzone aveva un messaggio forte, lui dimostrò cosa significasse essere un interprete e Sanremo è sempre una lente di ingrandimento.

Esame superato con lode. Altre canzoni che Renato ha interpretato mettono in luce altri lati della sua personalità, meno solenne, magari più eccentrica e sarcastica. Segno che tu studi a fondo le persone con cui collabori?
Sono convinta di dover essere la penna per quelle voci e per quel genere musicale, al servizio di quel mondo anche se si deve sentire la mia firma. Mi piace essere così.

Hai una duplice carriera come autrice per altri artisti e cantautrice. C'è stato qualche caso in cui hai scritto un brano immaginandolo per colleghi e poi l'hai affidato ad altri oppure chi lo ha ricevuto ha pensato che sarebbe stato più adatto a te?
Sì, certo. È successo con "Per amore". L'avevo scritta per Tosca, altra interprete molto brava che potrebbe comunque sempre rifarla: all'epoca la cosa non andò in porto, ma accadde che la ascoltò Andrea Bocelli e grazie alla sua versione ha raggiunto il mondo, è stata una sorpresa per me. Non l'avevo considerata con l'impostazione lirica, e invece è stato un giusto connubio. Grazie a lui è arrivata anche in Brasile, dove è stata reinterpretata con successo da Zizi Possi.

Grazie a "Per amore" vieni avvicinata da un'interprete d'eccellenza come Dionne Warwick, a lungo musa di Burt Bacharach. Siete a un "Natale in Vaticano", tu sei al piano e suoni la canzone, lei ti chiede se puoi scrivergliene una e alla fine decide addirittura di cantarla insieme a te...
La canzone è "It's Forever", l'abbiamo cantata insieme sui palchi, siamo andate insieme ai Mondiali di sci nel 2005... siamo ancora in contatto, ci scambiamo sempre gli auguri, e pensa che lei aspetta un'altra mia canzone!

Immagino sia stato un onore per te, anche se già avevi scritto per artiste internazionali (Amii Stewart, senza tralasciare il fatto che le tue due canzoni sanremesi del 1991 hanno avuto versioni in inglese di Caron Wheeler e di Grace Jones) e il tuo disco "Crescendo" è stato prodotto da Geoff Westley, che in Italia conosciamo per il suo lavoro con Lucio Battisti e con Claudio Baglioni in "Strada facendo". Ascolti musica internazionale? Hai qualche nome da suggerirci?
Ne ascolto molta, certamente, e amo nuove correnti anche lontane da me. Sono andata ad ascoltare un artista che tengo d'occhio da diverso tempo, JP Cooper, in occasione di un suo concerto a Roma. Con lui mi sono approcciata, ho elencato un po' di titoli di sue canzoni e mi ha guardato sgranando gli occhi. Corro sempre da quelle cose che mi ispirano.

Hai un'etichetta che si chiama Suoni dall'Italia...
Esatto. "Dall'Italia". Mi piace l'idea di lanciare da qui nostri segnali e recepirne da fuori, un po' come quando dalla Terra cerchiamo gli alieni (ride). Questa etichetta non ha la forza politica né economica di altre, ma ha tanta buona volontà di incontrare forme musicali che sono state un po' dimenticate, penso al grande autore Mimmo Cavallo. Ho pubblicato anche un bellissimo disco di Fausto Mesolella (Avion Travel), "Canto Stefano - Fausto Mesolella canta Stefano Benni". Mi piace fare questi esperimenti, queste cose che non possono essere seguite dalle major che inseguono altri numeri e altri risultati.

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L'ultimo tuo progetto è stato il "Trialogo" con Grazia Di Michele e Rossana Casale. Come siete riuscite ad amalgamarvi? Com'è stata la sinergia tra due autrici e un'artista percepita più come un'interprete (dai classici del jazz al repertorio di Jacques Brel)?
È proprio questo "assortimento"di gusti, il fatto di provenire da generazioni musicali vicine ma diverse, che ci ha stranamente unite. Purtroppo siamo state sfortunate perché abbiamo vissuto questo incontro a tre nel periodo del Covid: siamo partite al contrario, prima dal live unendo i nostri tre repertori (con una data importante alla Sala Sinopoli dell'Auditorium di Roma). Eravamo gasatissime fino a quando è arrivato il lockdown, ma non ci siamo disarmate: abbiamo iniziato a connetterci nel vero senso della parola e a scrivere, e il nostro album insieme resta il documento del nostro incontro. Abbiamo deciso di autoprodurci, ma è stato bello anche questo e siamo contente di quanto abbiamo realizzato.

Hai collaborato anche con Lucio Dalla per un brano di "Luna Matana" e hai cantato "Il mio punto di vista" insieme a Mango. Cosa ti è rimasto nel cuore di questi due colleghi? Un ricordo particolare che vorresti condividere?
Dalla era sorprendente nella sua genialità. Era uno che ti spiazzava, sempre lì dove non ti aspettavi. Quando ascoltò questa mia canzone, mi disse "Mi hai schienato! Io però adesso te la voglio un po' stropicciare, perché io faccio così, io stropiccio le cose", e di conseguenza ha preso la mia storia di un uomo che scopre di esser vivo reinnamorandosi e l'ha spostata in un drive-in in America, dandole un'ambientazione. Così è diventata "Notte americana". Lucio mi stimava e mi dava buoni consigli: "Ogni autore deve essere un po' imprenditore di se stesso", mi diceva. "Deve capire dove andare, come direzionarsi. Hai sempre dimostrato una grande forza, come donna nella musica, ma devi imparare a gestirti".
Mango lo ricordo come una persona deliziosa, oltre ad avere una voce straordinaria, aveva una discrezione e una dedizione in studio che reputo esemplari. Quando collaborammo per "Il mio punto di vista", era entrato in una fase in cui sembrava amareggiato dalla direzione che sentiva la musica stesse prendendo, ne parlammo a lungo. "Secondo me, bisognerebbe riportare la qualità, nel senso della ricerca". Pino era molto avanti in quello che faceva, nel suo lavoro con Rocco Petruzzi: i suoi arrangiamenti erano lontani da ciò che c'era in giro, e pregava la ricerca anche negli altri. Soffriva per il fatto che i media non riuscissero il più delle volte a capirlo.

Che rapporto hai oggi con i media? Tra le cose più strane che hai fatto è stata la partecipazione a Music Farm, la seconda edizione... ti sei un po' divertita?
Più che divertita sono stata bene con i colleghi, li ho sentiti più vicini a me. Ho scoperto peculiarità degli stessi partecipanti che non conoscevo, ho stretto amicizia con Franco Simone, Mietta già la conoscevo ma il rapporto si è rafforzato. Non mi sono mai sentita molto a mio agio in televisione, ma ne ho capito l'importanza, quando sono uscita da quell'esperienza non credevo al suo potenziale. Fortunatamente, ho dato una rappresentazione molto onesta di me e non c'è stata alcuna variazione nella stima che avevo già raccolto. In questa sorta di Grande Fratello cercavo di allontanare l'idea che dovessi dedicarmi a quel gioco e basta: mi interessava fare musica e incontrare i miei colleghi. Questo è stato il mio punto di forza: avevo continuato a essere la Mariella che ero a casa mia e sul palco, con coerenza. E questa coerenza è stata premiata.

Due anni fa, nell'ultimo disco di Eros Ramazzotti, c'è una canzone che porta il tuo testo sulla musica di Ennio Morricone, "Ogni volta che respiro". Com'è nata la cosa?
Morricone non ha scritto molte canzoni, molti ricordano giusto "Se telefonando" con il testo di Maurizio Costanzo. Accadde che venni convocata in Rca perché lui aveva questa musica, questa melodia, e voleva renderla una nuova canzone. Era stata presentata a più autori che si sarebbero cimentati nel testo, di certo non era scontato che scegliessero il mio. Di buon grado mi misi lì senza troppe illusioni, ma ricevetti il provino con la voce del Maestro che toccava quelle note, senza parole, e mi ispirai a quella che era l'onda del suo canto senza parole, seguendone l'enfasi. "Se chiuderemo gli occhi andremo liberi"... questa cosa la ascoltò e disse "è perfetta, è proprio quello che volevo". Scelse dunque il mio testo, ma rimase questo provino ancora senza una collocazione fino a quando, dopo la scomparsa del Maestro, iniziò a girare come inedito e capitò all'ascolto di Eros Ramazzotti che stava incidendo l'album "Battito infinito" (2022). Se ne innamorò ed è stato molto bello per me che l'abbia scelta, per l'internazionalità della sua voce e il prestigio della firma di Ennio Morricone accanto alla mia.

Oltre allo spettacolo che ti terrà impegnata nei prossimi mesi e all'inedito di Califano, ci sono altri nuovi progetti in arrivo?
C'è un nuovo disco che è rimasto in sospeso da due-tre anni, da quando Antonio Coggio non c'è più, ma al progetto si sta appassionando il maestro Peppe Vessicchio e per sua spinta c'è un tentativo di portare una canzone al prossimo Festival di Sanremo. È dal 2002 che non sono su quel palco, siamo sempre in tanti a volerci andare e mi auguro stavolta di farcela.

Qui i prossimi appuntamenti per vedere Mariella Nava con Daniela Poggi a teatro con la pièce "Figlio non sei più giglio":
  • 26 ottobre 2024 - Massarosa, Teatro Manzoni
  • 31 ottobre 2024 - Camera dei Deputati (su invito)
  • 11 novembre 2024 - Roma - Teatro Villa Lazzaroni
  • 18 novembre 2024 - Trento - Teatro San Marco
  • 25 novembre 2024 - Massa - Teatro Guglielmi
  • 29 novembre 2024 - San Quirino
  • 30 novembre 2024 - Albenga - Teatro Ambra
  • 6 marzo 2025 - San Sepolcro (Ar) - Teatro Dante
  • 7 marzo 2025 - Castagneto Carducci (Li) - Teatro Roma