09/03/2013

Simona Gretchen

Clan-Destino, Faenza


di Giorgio Moltisanti
Simona Gretchen

La serata comincia malissimo. Il bel tempo sembra aver salvato tutta l'Italia fuorché Faenza. C'è un tremendo acquazzone pronto ad accoglierci non appena scendiamo dal treno in Stazione Centrale. Senza che nessuno glielo abbia chiesto, ci accompagnerà fino alle 20.30. Per poi aumentare e diminuire d'intensità fino alle 23. Si cerca di non perdere la pazienza ma, sotto la minuscola pensilina esterna, e nell'assetto piacevolmente domestico del Clan-Destino (sempre accogliente nei week-end come... un autobus all'ora di punta), occorrono almeno un paio di birre artigianali per sprigionare un po' di good vibrations.

Incrociamo Simona intenta a (non) mangiare con la nuova formazione al completo e ci confessano che la situazione è la medesima dal pomeriggio. Persino il sound-check è stato fatto con il locale mezzo pieno, "con una busta piena d'aglio sul palco come a esorcizzarci", aumentando – se possibile – l'ansia da prestazione per una prima prova live lungamente invocata ma assemblata in poche (pochissime, chi ce le dice quasi trema a quantificarle) settimane di prove. Speriamo bene. Il concerto inizia a un'ora improponibile in qualsiasi altra venue italiana, in un locale stracolmo e oltremodo incuriosito.

Se il buon giorno si vede dal mattino, nel caso di una Simona Gretchen prossima all'estrema unzione, anche la notte non è affatto male. L'occasione è ghiotta e raggruppa così un pubblico nutrito e variegato (ci sono molti musicisti conclamati ma anche tanti ascoltatori di musica randomica). Attento, come quello che solitamente capita di vedere in muta fila davanti alla camera ardente di certi artisti "sfigati", bruciati troppo in fretta per vedere riconosciuti i propri meriti. E tutto senza che il suo ultimo disco, quel “Post-Krieg” incensato ormai in ogni dove, sia entrato realisticamente in commercio. Evidentemente, dopo tanto snobismo da suburbia, un po' di paraocchi sono stati buttati via a vantaggio della talentuosa faentina, e di quanti abbiano avuto il coraggio di andare oltre i soliti schemi. E non solo musicali.
Simona dimostra di avere personalità e presenza sul palco, nonostante un aspetto esile assai ingannevole. Non solo. Sembra avere un innato coraggio nello spostare sempre di mezzo metro le aspettative e l'audacia del proprio pubblico (la cover piano e voce di “
König” di Nico azzittisce letteralmente tutti).

Lo spettacolo parte un po' piano, con la title track e "Pro(e)vocation". Le tastiere di Silvia Valtieri non si sentono un granché, e la chitarra di Cristian Naldi è piuttosto invasiva, soprattutto sottopalco. Ma poi la band si scioglie e i volumi si aggiustano così che possa dimostrare al meglio le proprie potenzialità. E sfido che la gente abbia sfidato le intemperie marzoline per poterne godere in prima persona. Simona balla e si contorce psicotica, mentre lo show alterna pezzi nuovi e vecchi, indietro fino al 2011 (“Venti e Tre”, mai eseguita dal vivo e “Venus in Furs”, riuscito omaggio ai Velvet Underground) e “Alpha Ouverture” del 2009, ma siamo qui a giocare con i ricordi già proiettati su un progetto ben assestato nel presente, “Post-Krieg” appunto.
L'unica frizione sta tutta qui. Fra l'Artista-Gretchen, con tutte le maiuscole del caso, che vorrebbe sottrarsi all'effetto mercenario/promozionale che si ottiene quando in concerto si eseguono solo le canzoni dell'ultimo disco, e il pubblico che, viceversa, pagando un obolo, vorrebbe la medesima artista pronta a eseguire ciò che più si aspetta. Ossia l'ultimo disco, magari tutto d'un fiato, e i brani più celebri. Difetti della comunicazione. Ne soffre persino Francesco De Gregori, non c'è quindi alcuna novità. L'equilibrio si ottiene, a tratti inequivocabilmente incisivi, quando hanno soddisfazione gli uni e l'altra: in quei momenti, quando le facce sbilenche per la palese assenza di un violinista sul palco (la parte di Nicola Manzan su “Enoch” è stata ri-arrangiata da Cristian Naldi) si sostituiscono i cori collettivi su “Hydrophobia” e il coinvolgimento emotivo per l'ottima riuscita del trittico “Everted”, il concerto raggiunge il suo
spannung.

La sensazione complessiva è di un live che, da qui a poco, rivelerà la propria completa espressione stilistico-espressiva. Una macchina sorprendentemente empatica per un album sorprendentemente emozionale. Anche perché l'assetto della formazione (con Andrea Grillini, dai Luther Blissett, dietro le pelli a riformulare - con faccia da vendere - l'ingombrante contributo di Paolo Mongardi su disco e Luca Baldini, giovane e bohémien, a prendersi un pezzo d'estetica al basso) non sembra ancora messo totalmente a fuoco, come umanamente comprensibile del resto, benché prometta assai bene per il futuro.

Avviso i fetish-collectors che, oltre alla normale produzione in cd, questa volta corredata dagli imprescindibili testi, al banchetto post-live è già sbucata e andata a ruba la versione in vinile, sempre sotto la supervisione artistica e grafica di eeviac e Karamazov. Enjoy.

Contributi fotografici di Silvia Bigi

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