15/12/2022

Kula Shaker

Teatro Regio, Parma


di Fabio Guastalla
Kula Shaker

Anche senza scomodare ipotetici messaggi divinatori o segni del destino, non v’è dubbio che la calata dei Kula Shaker in terra italiana – unica data dopo un lustro di assenza dai palchi del Belpaese – si manifesti sotto i migliori auspici. Scongiurato il pericolo (concreto) di neve, a circa un’ora dall’inizio del concerto le manifestazioni di Giove Pluvio su Parma si trasformano da acquazzone torrenziale in una fine pioggerellina tipicamente britannica. Sull’accoglienza emiliana, poi, c’è poco da dire: ad aprire le porte è il Teatro Regio per quella che è l’ultima appendice del Barezzi Festival, dedicato al suocero e mecenate di Giuseppe Verdi, Antonio Barezzi, il cui spirito avrà persino l'accortezza di manifestarsi sul palco pochi minuti prima del via per salutare il pubblico e ricordare a tutti che ci troviamo in una delle patrie della grande musica italiana.

 

Manca solo il grande cerimoniere, ma è questione di minuti. Crispian Mills si presenta sul palcoscenico parmense avvolto in un kurta tra il rosso granata e il porpora. Alla soglia dei cinquant’anni, di cui appena la metà probabilmente effettivi, si contorce su sé stesso nell’intro della mitologica “Hey Dude”, seguito dai tre fidati compagni di un’avventura che ha ormai superato di slancio il quarto di secolo di attività riscrivendo le coordinate della popular music in un ponte tra l’Oriente indiano e l’Occidente albionico che discende per linea diretta dai Beatles più Harrison-iani. Ed è proprio laggiù, in quei mid-Nineties, che si torna tutti, dai palchi alla platea, impossibilitati a muoversi come a un concerto rock tout-court, ma non per questo meno propensi a compiere una capriola all’indietro in quella metà degli anni Novanta in cui era quasi normale veder spuntare da un giorno all’altro un capolavoro come “K”.

Usciranno altre meraviglie da quel magico cilindro a mezza strada tra britpop e rock psichedelico del 1996, dalla quasi-blueseggiante “Grateful When You’re Dead/Gerry Was Dead” a una “303” che apre una finestra estiva nel cuore di dicembre, per non parlare del gran finale di cui tratteremo poi. Ma il bello del canzoniere dei Kula Shaker è che, per quanto non sia così esteso – gli album in studio sono appena sei - rimane costellato di grandi pezzi quali “Sound Of Drums”, “Infinite Sun” o la sontuosa “Great Hosannah” con cui si apre l’encore.
Nel mezzo, non possono mancare alcuni estratti dal sorprendente ultimo lavoro “1st Congregational Church Of Eternal Love (And Free Hugs)”, titolo che sembra poter racchiudere sia l’etica che l’estetica del progetto britannico: le canzoni prescelte sono una “Whatever It Is (I’m Against It)” che esalta lo sferragliare dell’organo e poi, a mo’ di doppietta, “Farewell Beautiful Dreamer”, con il suo appuntito, aggraziato lirismo che permette a Mills di esplorare l’intero spettro delle sue capacità vocali, e lo spigliato midtempo di “Gingerbread Man”, in ordine opposto rispetto alla scaletta del disco, uno dei capitoli più propriamente “brit” dell’album uscito in tarda primavera.

 

Un ruolo cruciale viene giocato dalle cover, da quella nuova di zecca e accorata di “Gimme Some Truth” di John Lennon alla mitica versione di “Hush” che fa letteralmente saltare per aria il Regio, solitamente abituato a più composte folle, ma sulla quale è impossibile restare fermi, figuriamoci seduti.
Il gran finale è affidato ad altri super-classici kulashakeriani: “Tattva”, con quel ritornello che più britpop di così non si può, e infine “Govinda”, con tutto il pubblico del Regio che canta all’unisono in sanscrito. Mistero della fede.

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