Immaginate lo scenario: il golfo di Napoli, il Maschio Angioino, i Giardini Reali della Biblioteca Nazionale, un palco imponente e musicisti unici. Questo il PalomArt Fest a Napoli giovedì 22 giugno. Il Festival Internazionale di Arte Indipendente lavora tra il capoluogo campano e Ibiza promuovendo progetti artistici eterogenei per sensibilizzare e sostenere il cambiamento culturale e sociale con la condivisione. Gli artisti in scaletta quest’anno rappresentano una scena musicale di nicchia che si sta facendo strada negli ultimi anni, sottolineando come il beat latino e africano possa essere miscelato con stili diversi e creare sonorità coinvolgenti, di nuova identità.
Il primo in cartellone è Vincenzo Cipolletta, storico dj napoletano, con una cultura e un’esperienza solida costruita grazie alla curiosità per le avanguardie musicali dance, che gli ha permesso di collaborare con i più grandi nomi del clubbing partenopeo, in particolare quello che negli anni 80 e 90 non aveva nulla da invidiare alle grandi capitali europee (Angels of Love, Funk Machine, agenzia Art DinamiKa con Claudio Coccoluto, giusto per citarne alcuni) e che seguiva passo per passo l’evoluzione della musica dance internazionale, sia house che deep house. Cipolletta negli anni ha affascinato il pubblico di Barcellona, Formentera e del Cafè del Mar di Ibiza, patria della chill music. Non può quindi che ripetersi anche (e soprattutto) tra le “mura di casa”, ritrovate dopo l’ultima esibizione per WOO!. 
Cipolletta è insomma una garanzia mentre sorseggi un campari spritz ai tavolini allestiti nei Giardini Romantici del Palazzo Reale, prima che entri un sound africano radicale, o meglio Brian Shimkovitz, forza trainante di uno dei blog più importanti di musica, Awesome Tapes from Africa, archivio di musicassette di artisti africani quasi del tutto sconosciuti in occidente. Brian è un etnomusicologo newyorkese che durante una borsa di studio in Ghana rimane affascinato dalla musica e dalla varietà di generi e artisti che ascolta. Acquista centinaia di musicassette che trova nei mercatini. E decide di digitalizzare i nastri e di metterli in Rete, con le immagini scansionate dell’artwork e commenti sull’artista. Oggi ATFA è una label che licenza ristampe di storie musicali mai ascoltate in Occidente e Brian un dj selector di musica africana che suona esclusivamente in cassetta. Insomma, è un tape-jockey. “Non sono mai stato un dj - afferma - ma sono appassionato di musica e sono cresciuto suonando la batteria, quindi ho interesse per il ritmo e il cronometraggio e questo mi aiuta a controllare il tono su entrambi i canali che con le cassette non è proprio semplice”. Lo vedi arrivare sul palco con un deck a doppia piastra, la valigetta con le innumerevoli tape e quell’aria un po’ da intellettuale, pieno di sentimento, “pieno di follia e pura passione”, come commenta Enzo Cipolletta. 
Si parte con ritmi radicali dell’Africa, con Kerfala Kantwe, cui si aggiungono note pop “I’m Winning My Dear Love” di Yvonne Chaca Chaca e miscelazioni house con la tromba: "Paying My Bills” di Dennis Mpale. In pista ci sono solo sorrisi, allegria, complicità. Dopo due ore e mezza di folle ed entusiasmante “tj-set”, ecco salire sul palco la band tanto attesa: i Mauskovic Dance Band. C’è poco da dire: ai fratelli olandesi piace il post punk, la musica colombiana e africana e il dub. E te lo fanno capire con prepotenza e energia. Ma soprattutto sanno suonare. La band è nata da un’idea del polistrumentista e batterista Nicola Mauskovic, che dopo trascorsi psichedelici indipendenti ha deciso di riunire la famiglia: Donnie a voce, tastiera e effetti, Em Nix alla chitarra, synth e percussioni, w Mano al basso.
Sono in tour per il loro secondo album, “Buckaroo Bank”, in cui rispetto al primo si sentono più influenze dub (Lee Perry e On U Sound). Nel tour il bassista è sostituito dalla bravissima e magica Marilonah, che incanta tutte le ragazze del pubblico. "Buckaroo Bank" è un album molto minimale e genuino, in cui traspare che i fratelli Mauskovic hanno una missione: farti ballare. E ci riescono. Sotto il palco saltano tutti, alcuni addirittura replicano ad alta voce il riff del basso o il ritmo della batteria e delle percussioni, perché è impossibile stare fermi: i Mausckovic Dance Band hanno una cadenza ipnotica fatta di mix tropicali, di afrobeat anni 70, (champeta, palenque, cultura del picò sound system) e space disco combinati con suoni della no-wave newyorkese di gruppi come ESG e Liquid Liquid. Il tutto miscelato con drum machine e sintetizzatori vintage. D'altronde, vengono da Amsterdam e il synth non poteva mancare. I brani si alternano e anche loro agli strumenti: “Face”, “Zwaar”, “Wie Wet Is is Gezien”, l’energia monta e cresce, ma è al momento di “Buckaroo Bank” che esplode il pubblico in un groove travolgente, senza sosta che ti fa capire che le contaminazioni fanno solo del bene alla vita.

Foto di Riccardo Piccirillo