08/07/2025

Africa Express feat. Damon Albarn

Teato Romano di Ostia Antica


Mentre viene spinta nella corsa al riconoscimento ufficiale dell’Unesco, l’area archeologica di Ostia Antica accoglie nel suo intimo anfiteatro un autentico patrimonio della musica globale, mettendo in mostra per una sola serata una cinquantina di artisti da quasi tutto il mondo. Il curatore è di quelli che definiremmo d’eccezione, un Damon Albarn effettivamente vestito come un attempato inglese in completo di tweed e coppola da tè delle cinque. O meglio, osservando l’andatura caracollante e almeno una caduta rovinosa a causa di un amplificatore piazzato troppo vicino al pianoforte, da numerosi drink nella cena sociale consumata prima del concerto nel cuore dello storico quartiere romano di Garbatella.

“Africa Express x50”, si legge sul foglio di carta della prenotazione pubblicato sui social media, a fugare i dubbi di uno spettatore comodamente sdraiato sulle gradinate in alto: ma quanta gente ci potrà mai entrare su quel palco? Tanta, probabilmente il mondo intero in un teatro antico quanto il mondo, un luogo “interessante” come lo definisce ad un certo punto l’ex-frontman dei Blur. “Siete pochi, ma siete fortunati. Questa è grande musica”, spiega in un tono leggermente biascicante, mentre invita tutti a scendere per stare in piedi davanti al palco e partecipare alla festa del progetto Africa Express. Un rito collettivo, una patchanka sonica celebrata inizialmente dall’artista trans messicana Octavio Mendoza, detto La Bruja de Texcoco, che agita una frusta sui fiati di “El Diablo Y La Bruja”. Quando salgono velocemente sul palco la rapper di Oaxaca Mare Advertencia Lirika, indigena di origine zapoteca, in compagnia dello scatenato vocalist Alansito Vega, il filo rosso del concerto è già dipanato. Sul ritmo sincopato e tropicalista di “Mi Lado” c’è un cambio di registro repentino e vorticoso, come essere sbattuti da una parte all’altra dei confini musicali senza i comodi cuscini in gommapiuma distribuiti all’ingresso per salvare le natiche dalla dura storia romana.

E Damon Albarn cosa fa, beve e basta? Mentre i vecchi rivali ingrassano il conto bancario grazie alla reunion dei fratelli-coltelli, l’artista di Whitechapel continua a stupire con la sua eccentrica poliedricità. Mette da parte il suo nome troppo ingombrante, anzi lo mette al completo servizio delle nuove leve della musica globale. Le accompagna in un viaggio coloratissimo di quasi due ore, elargendo abbracci e cinque, sicuramente cascando ma anche invitando tutti a fare casino, mettendo persino il culo in bella vista, in faccia al prestigio della storia. Accompagna al piano la struggente nenia berbera “Achinkad”, guidata dal chitarrista del gruppo desert-rock algerino Imarhan. Scatena gli applausi del pubblico per l’altra cantante messicana Luisa Almaguer, circondata da un’aura magnetica con i suoi lunghi capelli corvini e la voce baritonale che seduce l’intera platea sulla drammatica “Soledad”, che sembra uscita da un vecchio grammofono a inondare le strade sonnolente e decadenti di Buenos Aires.
Da Tamanrasset al quartiere di Azcapotzalco, il viaggio è un gigantesco punto esclamativo sull’azzeramento dei confini nella musica di oggi, che deve vivere la sua interconnessione al di là di pregiudizi e politiche aggressive sull’immigrazione. Damon Albarn diventa così il più antitrumpiano tra i musicisti della sua generazione, un folletto scatenato che se ne frega del suo potenziale potere per allargare il suono a una manifestazione politica di ribellione. Come i messicani Los Pream che salgono sul palco per eseguire “Balkan Brass”, perfetta fusione tra il sound a fiati balcanico e l’energia sudamericana.

“Damon, Damon, Damon!”, chiama a gran voce Baba Sissoko, praticamente da sempre impegnato a diffondere nel mondo la cultura musicale del suo paese d’origine, lo stesso Mali da cui è partita l’avventura Africa Express. Dal tamani il suono ancestrale di “Adios Amigos” scuote quanto la voce calda e potente, mentre la donna di Biddeford nota come Joan As Police Woman sfrega il violino con algida eleganza. Un concerto dove tutto è il contrario di tutto, ma il risultato è un amalgama da carnevale carioca nonostante un approccio da playlist a caso di Spotify. C’è la tragica storia di “El Niño”, cantata da un Eme Malafe che sembra uscito dai cattivoni di "Breaking Bad". C’è il rap mixato con l’elettronica di “Otim Hop”, portato da Otim Alpha a dimostrare come si possa innovare anche con gli strumenti tradizionali. I musicisti escono ed entrano, susseguendosi senza soluzione di continuità, come in una festa che non può proprio fermarsi.
Il pubblico è in visibilio sulla cover a fiati in salsa ska di “Pánico (Cuelga al DJ)”, versione di The Smiths con i Mexican Institute of Sound. Passate le 23 e 30 le dighe sono ormai saltate, abbattute dal gesto di Albarn che invita tutti a salire sul palco. Mentre gli addetti alla sicurezza tentano invano di arginare le arrampicate del pubblico, il delirio più totale si scatena sulla danza collettiva “Defiant Ones”, che chiude il concerto nella maniera più coerente. Senza legami, tutti insieme, al di là di ogni confine.