18/07/2025

CCCP

Villa Contarini


Oltre 3.700 spettatori, venerdì 18 luglio a Piazzola sul Brenta, hanno assistito alla celebrazione in musica di quei CCCP che, riformatisi per il tour di reunion “Ultima chiamata”, sono riusciti nella non scontata operazione di ribadire la propria grandezza storica. La musica popolare contenuta nei loro quattro album da studio (a cui si aggiungono una manciata di Ep e singoli) si conferma, in primis, la più alta espressione di punk italiano prodotta dai Seventies a oggi: la dimostrazione sta nel fatto che l’estetica, lo stile, le tematiche espressi da Giovanno Lindo Ferretti & C. risultano ancor oggi disturbanti, originali, per nulla interessati a percorrere i luoghi comuni del genere.
A differenza di tanti punker di mezza età che si ostinano sui palchi del Belpaese con creste spelacchiate e il medesimo frasario della propria gioventù (quello per il quale, per intenderci, un poliziotto viene identificato come “sbirro”), i CCCP espongono il ritratto della loro giovinezza trascorsa nella piena consapevolezza dell’età adulta, vestendo con grazia cicatrici, rughe, pinguedine (nel caso del performer e “artista del popolo” Danilo Fatur), forti di un discorso artistico evidentemente inossidabile che oggi, complice l’intenzionale sterilità del mercato discografico, brilla più luminoso che mai.

Nelle due ore di uno spettacolo senza cali di tensione, si ha conferma che questo ritorno è, sì, una celebrazione, ma distante da autoindulgenza e passatismi, nonostante il repertorio non sia stato rimpolpato con (innecessari) brani inediti, scodellati per l’occasione. Un pubblico dai 18 ai 70 anni si è beato tra esaltazione e commozione sulle note dell’inquietante new wave di “Aja Ljubljiu SSSR”, sulla sepolcrale litania di “Libera me domine”, sull’ironico tango di “Oh! Battagliero” e sulle cacofonie quasi industrial di “Stati di agitazione”.

Raccolto in se stesso per meglio donarsi agli spettatori, Ferretti staziona immobile davanti al microfono, bardato con una tuta da lavoro blu e graziato da un invidiabile stato vocale. Mai una stecca, mai un cedimento della voce, sempre calato nella recitazione della sua anima, uomo a cui il pubblico ha perdonato di tutto, perfino la svolta politica a destra e, udite udite, la conversione al cattolicesimo. Eppure, nulla stona, vedendolo al centro dell’enorme palco montato a fianco della maestosa Villa Contarini. Non si rimpiangono le maleodoranti sale di un qualche centro sociale autogestito, né il pogo spaccadenti che pare un obbligo formale da espletare ai concerti di certe vecchie glorie del punk “old school”. Intorno a lui, tutto è strutturato alla perfezione: il ritrovato amico e cofondatore della band Massimo Zamboni alla chitarra elettrica, Fatur a interpretare Fatur e l’affascinante “benemerita soubrette” Annarella Giudici a recitare estratti poetici di collegamento tra un brano e l’altro e a sfilare in costumi di geniale provocatorietà (da un niqāb islamico a una bandiera dell’Italia a cui si abbina un elmetto da guerra). Oltre a questi, una selezione dei fu-Ustmamò ripartiti tra batteria, basso/ violino, seconda chitarra e percussioni.

E quando, tra la folla, si alza immancabile una bandiera palestinese per denunciare il genocidio in corso a Gaza, ecco arrivare un'urticante versione di “Punk Islam”, una “Spara Jurij” e una “Guerra e pace”, a ricordare, terribilmente ma al di là di ogni retorica o slogan di pancia, che “la guerra è ciclica”. Allora le bandiere si abbassano, depotenziate da un songwriting talmente valido da potersi permettere il lusso di non parteggiare apertamente per alcuna fazione.
Più banalmente, lo show promosso da Zed! è stato un’esperienza catartica dove ci si è potuti abbandonare alle detonazioni politicamente scorrette dei CCCP, cantando a squarciagola la crisi esistenziale riassunta in “Io sto bene” o gridando come ossessi i raggelanti versi di “Emilia paranoica”.
Si termina con le le lacrime agli occhi, straziati dal violino che intona una “Amandoti” la quale, da sola, avrebbe giustificato l’acquisto del biglietto.