Ci fu un istante in cui il mondo discografico italiano, per una volta, sembrò funzionare finalmente alla rovescia. Un momento storico unico per il rock alternativo, che coronava così la sua stagione d'oro, quella degli anni 90. In tanti restarono a occhi aperti, quel 15 settembre del 1997, quando un disco del Consorzio Suonatori Indipendenti finì in testa alla classifica degli album più venduti d’Italia. Eppure era tutto vero: l’ultima rilevazione Fimi/Nielsen vedeva "Tabula rasa elettrificata" scalzare nientedimeno che gli Oasis – fenomeno britpop di maggior successo del decennio – e il loro “Be Here Now” dalla vetta della hit parade nazionale.
Non si trattò di un exploit estemporaneo, ma dell’esito di un percorso lungo e coerente, iniziato con i CCCP Fedeli alla linea e consolidato da una comunità di ascolto fedele. Ma il dato colpì al punto da generare sospetti: circolò persino l’ipotesi di un errore di conteggio, di uno scambio di dati con quelli relativi alle vendite del singolo di Elton John dedicato a Lady Diana, scomparsa due settimane prima. In realtà, i numeri erano corretti: oltre 30.000 copie vendute in una settimana e il sorpasso su “Be Here Now”. Eppure quel primato non nacque per caso. Dopo l’esperienza dei CCCP, i CSI entrarono nell’orbita della Black Out, etichetta interna alla PolyGram orientata al nuovo rock italiano. Il progetto fu sostenuto da Stefano Senardi e Andrea Rosi, con il coordinamento di Luca Fantacone. Determinante fu anche la fiducia accordata al percorso artistico della band: Senardi finanziò, tra l’altro, il viaggio in Mongolia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, senza aspettative immediate di produzione musicale. Alla base del risultato ci fu anche una strategia di pubblicazione precisa: evitare periodi affollati di uscite forti. Una logica già sperimentata con altri artisti e applicata a “Tabula rasa elettrificata”, pubblicato a fine estate, in una finestra favorevole che ne facilitò l’ascesa immediata in classifica. Certo, quell'anomalia sarebbe andata avanti per una sola settimana – del resto, si è sempre detto che le cose belle durano poco – e il volume di vendite complessivo non sarebbe stato tanto superiore a quello della media dei precedenti lavori firmati Csi (ottantamila copie). Ma fu quello il suggello definitivo a una rivoluzione musicale tutta insita ai 90’s: il rock alternativo italiano conquistava i mercati e dimostrava tutte le sue, fino a quel momento insospettabili, potenzialità commerciali. I discografici della Black Out/PolyGram, che avevano puntato a occhi chiusi sul Consorzio, potevano finalmente fregarsi le mani. I Csi - com'è noto - altro non erano che la naturale prosecuzione di una delle esperienze più radicali e dissacranti del (post)punk italiano: quella dei Cccp – Fedeli alla linea, tornati proprio di recente alla ribalta con una serie di iniziative finalizzate a celebrare i 40 anni dall’uscita dell’Ep “Ortodossia”: dalla mostra “Felicitazioni! Cccp – Fedeli alla linea. 1984 – 2024” ai Chiostri di San Pietro di Reggio Emilia all'uscita del box “Felicitazioni!” che raccoglie diciotto brani storici della band di Ferretti più varie memorabilia, fino alla tripla esibizione di "Cccp in Dddr", "lo spettacolo che unisce il punk filosovietico e la musica melodica emiliana nel cuore pulsante della Repubblica Smantellata di Germania Est", in programma all'Astra Kulturhaus di Berlino (24,25 e 26 febbraio 2024). Rispetto a quell'esperienza, Ferretti e compagni restavano “fedeli alla linea”, ma attraverso forme nuove. Non un gruppo, ma un vero e proprio “supergruppo”. Ciò che rimaneva dei Cccp originali (Ferretti e Zamboni, il nucleo emiliano) si fondeva infatti con il drappello toscano in uscita dai Litfiba, composto dal bassista Gianni Maroccolo e dal tastierista Francesco Magnelli, che già avevano collaborato all'ultimo album dei Cccp, “Epica Etica Etnica Pathos”, insieme al loro tecnico del suono e chitarrista, Giorgio Canali e alla cantante Ginevra Di Marco, futura moglie di Magnelli.
Due capolavori come “Ko de mondo” (1994), graffiante collage di pensieri e riflessioni esistenziali sparse sulla contemporaneità, e “Linea Gotica” (1996), quasi un concept scaturito dal dolore per i tragici avvenimenti di quegli anni nella ex-Jugoslavia, avevano già dimostrato come, nonostante il cambio di formazione, per Ferretti e compagni fosse sempre stata “una questione di qualità”. Ora però era arrivato per il gruppo emiliano il momento del grande successo. Ispirato da un viaggio in Mongolia di Ferretti e Zamboni, “Tabula rasa elettrificata” fu come una scossa tellurica per la scena rock nazionale. Una dimostrazione di potenza solenne e irriverente, un miscuglio spiazzante di canzoni dolci e violente che assecondano tutte le contraddizioni della vita sotto il cielo della Mongolia. Superprodotto, con strati di chitarre su strati di chitarre distorte e sopra uno sfarfallio continuo di tastiere e piatti nelle parti più potenti, cui si alternano parti quiete guidate dal basso con batteria soft e piccoli respiri di tastiere o di chitarre. Un disco che manifestavaa tutte le ambizioni di una band che – forse inconsapevolmente – stava uscendo dal ghetto, dalla comfort zone in cui si era auto-confinata per anni. Una svolta manifestatasi anche dal vivo, con il passaggio dai club ai palazzetti. Proprio quel salto, però, segnò anche l’inizio di tensioni interne, in particolare tra Ferretti e Zamboni. “Tabula rasa elettrificata” sarebbe rimasto l’ultimo album in studio della formazione, preludio alla trasformazione nei PGR.
Il caso discografico di “Tabula rasa elettrificata” risultò dunque spiazzante e in definitiva perfino ingestibile per un gruppo come i CSI, destinato di fatto a sciogliersi proprio una volta giunto al culmine della sua popolarità. Forse inconsapevolmente, il Consorzio si era spinto in un territorio poco congeniale per il suo stesso approccio e metodo di lavoro. In prima battuta, però, Giovanni Lindo Ferretti resse l’onda d’urto e tentò in qualche modo di “giustificare” l’inaspettata conquista della vetta delle classifiche: “Fa colpo che i Csi improvvisamente si ritrovino al primo posto, per una settimana, nella classifica dei dischi più venduti in Italia – scrisse il leader sull'inserto Musica di La Repubblica del 1° ottobre 1997 - E perché mai? La musica vive e si nutre di contraddizioni insanabili (...) è il luogo della crescita tumultuosa, delle esperienze più profonde, è lo spazio intimo della libertà personale e, a volte, collettiva. La musica è il regno della complessità e il paradigma del nostro mondo in questi anni (…) La musica ha il potere di trasformare i singoli, determinare la società. È labile, cangiante, inafferrabile e insieme strutturata, ferrea, rigida (…) Solo un mercato piccolo, provinciale e quindi subordinato, può stupirsi per i Csi al primo posto in classifica. Doveroso, invece, come una boccata di aria pura. Promettente. Aspetto di vederci gli Üstmamò e poi i Marlene Kuntz e poi... Allora la musica moderna italiana dimostrerà a se stessa di essere adulta”. Di lì a poco, in effetti, sarebbero usciti altri dischi italiani in grado di consolidare una scena che pareva sempre più vivace e rigogliosa: da “Ho ucciso paranoia” dei Marlene Kuntz a “Non è per sempre” degli Afterhours, da “Armstrong” degli Scisma all’omonimo dei Verdena, da “Lingo” degli Almamegretta ad “Acidoacida” dei Prozac +. Una stagione, purtroppo, precocemente svanita, al trapasso del decennio, anche per via della progressiva perdita di centralità del rock nelle preferenze del pubblico più giovane.
Ma soprattutto, di lì a poco, sarebbe svanita anche l’utopia del Consorzio. Troppo forte la pressione di un music business che stava snaturando l’essenza stessa del gruppo. I primi dissapori tra Ferretti e Zamboni - culminati in una frattura definitiva il 22 settembre del 1999 a Berlino, nella stessa città in cui tutto aveva avuto inizio - ma anche le difficoltà del resto della band ad adattarsi alla nuova dimensione causano delle crepe insanabili. Sarà però un altro storico evento, il live nella città martoriata di Mostar, in Bosnia-Erzegovina, a segnare idealmente la chiusura del cerchio. “I Csi sono finiti nella ex-Jugoslavia: quando abbiamo suonato a Mostar, nello stadio usato come campo di concentramento, abbiamo in qualche modo valicato il limite tra la musica e la vita”, spiegherà Ferretti. Ma ora per i CSI si apre una pagina nuova, con la reunion attesa per l'estate e nuovi concerti, per dimostrare che, in fondo, è sempre stata "una questione di qualità".