Tenuta all-black, iconico basco in testa, panzetta alcolica, pizzetto brizzolato a incorniciare il suo sempiterno sorrisetto a mezza bocca, e un’intimidita giustificazione sulla modalità del concerto (“…I have to sit down ‘cause I broke my ribs…”, con vago sconcerto del pubblico). Richard Thompson si appresta a cominciare il suo show solo acustico negli spazi ampi e confortevoli del mitico Teatro Corso di Mestre, ennesima data del lungo “Ship To Shore Tour” cominciato più di un anno prima, a comporre un minitour tutto italiano con l’appuntamento del 4 settembre in quel di Roma (Auditorium Parco della Musica, sala Petrassi, ndr).
Thompson intona con la chitarra acustica appena effettata di tremolo “Gethsemane” da uno dei suoi dischi degli anni 2000 (“Old Kit Bag”, 2003) e, quando termina, subito si premura di specificare la stretta somiglianza con il corrispettivo italiano del termine. E’ la prima di personali smozzicate e nondimeno simpaticissime “traduzioni” dei titoli delle canzoni, che riguarderanno quasi l’intera scaletta fino al superclassico “Wall Of Death” (“miuro dilla morthe”, ipse dixit).
Il gran guru del folk si dichiara contento di suonare per la prima volta a “vinizcia” e così prende a eseguire un reperto archeologico di suo pugno tratto dall’era Fairport Convention, “Genesis Hall”, stupendosi peraltro di tanta acclamazione presso gli affezionati (“… then you’re old…”), e poi descrivendo il retroscena del pezzo, l’infausta retata da parte della polizia ai danni dell’occupazione giovanile presso il Bell Hotel, che Thompson invero ricorda come fosse ieri (“…very ugly scene…”). Altro aneddoto, stavolta strettamente autobiografico, riguarda “Walking The Long Miles Home”, e risale ai tempi della sua giovinezza, ossia quando, provetto chitarrista, tutto solo si precipitava al Marquee per ammirare Beck, Page e Clapton, salvo poi scoprire che l’orario dell’ultima corriera passato da un pezzo lo costringeva - appunto - a una lunga traversata per rincasare.
Dopo averci fatto partecipare come estemporanei coristi in “Johnny’s Far Away” (“… a sort of sea shanty…”) e dopo averci deliziato con il cavallo di battaglia “1952 Vincent Black Lightning”, oltre a una rara “If I Could Live My Life Again”, Thompson decide che è venuto il momento di chiamare sul palco la compagna di vita e di tour alla seconda voce, Zara Phillips (valente anche nei tocchi mancanti di arrangiamento di alcuni pezzi). Con lei suona e canta subito “Hokey Pokey” (una canzone dedicata al “gielato… in ittaliano”), e più avanti “Withered And Died”, commuovendosi da solo per l’età di queste canzoni (“more than fifty years… unbelievable!”), capolavori scritti e cantati a suo tempo con Linda, elefante nella stanza, presenza-assenza che Richard non nomina nemmeno.
Il suo chitarrismo, per quanto monco della parte all’elettrica con cui ha dato altri prodigi, è semplicemente spaziale. Con assoluta nonchalance, senza alcuna stanchezza né cali di passione, Thompson può librarsi dall’ornamento barocco all’asciuttezza desertica, dalla giga irlandese (la chicca “Banish Misfortune”, tratta da “Strict Tempo” del 1981) al rock’n’roll (“Turning Of The Tide”, commentato con un “sex in Venice is right uh?”), dall’arpeggio jangly al salterello italiano (“Old Pack Mule”, dall’ultimo album, preceduta da una breve dimostrazione dell’impianto ritmico).
La dinamica della chitarra è sempre chiassosa, inebriante, il timbro sempre cristallino, la diteggiatura virtuosistica, dopo tutti questi anni, sempre impeccabile. E nonostante cotanta erudizione, il suo senso trascendentale della musica raga continua a permeare ogni frase e ogni accordo e a unificare il senso del viaggio nelle ere del folk-rock, come appare lampante da una “Dimming Of The Day” richiesta dal pubblico e da lui stesso approvata (“good request”), assolutamente commovente, così come dal suo peculiare registro baritono-nasale a due passi dal lamento meditativo. Di nuovo una vecchia hit del periodo Linda, “I Want To See The Bright Lights Tonight” dall’eponimo datato 1974, chiude in bellezza.
L’immagine del codazzo di fan muniti di memorabilia e vecchi Lp in attesa di autografi o uno scambio di battute, a fine serata, non fa che confermare lo status di leggendario guru del cantautore e dello strumentista londinese, capace di travalicare il cosmo del folk revival e catapultarlo verso le generazioni di chitarristi del rock alternativo, fino ai giorni nostri. Dunque, lunga vita al guru, o meglio - per ricambiare il favore - “long live, Richard!”.