24/10/2025

Sunn O)))

Teatro alle Tese


Un concerto dei Sunn O))) è esattamente come te lo aspetti: tappi per le orecchie distribuiti all’ingresso, un monolite di minacciosi amplificatori come scenografia e infine loro, il duo di drone doom metal più coccolato dalla critica specializzata dell’ultimo decennio, ovvero i chitarristi Stephen O'Malley e Greg Anderson. L’occasione per testarne il sound dal vivo è avvenuta durante la Biennale Musica appena conclusa, un entusiasmante contenitore di eccellenze contemporanee per la direzione artistica di Caterina Barbieri.

La serata è quella di venerdì 24 ottobre, presso la suggestiva location del Teatro alle Tese, in un’appendice di terra nel cuore della Venezia lagunare. A precedere il concerto, l’esibizione del giapponese Fuji|||||||||||ta con la performance “Resonant Vessel”, ovvero un’ora in cui viene manovrato in prima assoluta un rudimentale organo a canne realizzato a mano e controllato/filtrato da un’elettronica “concrète”; sì perché, alla vista di un profano, il compositore gestisce da sopra un podio una specie di fontanella dalla quale se ne diparte una fila di cannule collegate a delle bocce di vetro dalle quali l’acqua gorgoglia, gocciola, talvolta zampilla senza troppo entusiasmo. È il rumore di quei movimenti comandati a distanza a determinare il live, a cui si aggiungono, nella seconda parte del set, alcuni brevi vocalizzi dell’esecutore che ad alcuni avranno forse ricordato il teatro Nō.
Chiuso il rubinetto, il pubblico si sposta sul lato sinistro della location, dove ha inizio il lavoro forsennato delle fog machine che proseguirà, con irrichiesta abbondanza, per tutta la durata del concerto principale.

L’idea, ovviamente, è di creare un’atmosfera d’inferno dantesco attorno ai Sunn O))) i quali, come da copione, giungono sul palco calzando sai da monaci. Ha così inizio la discesa nel girone del noise statunitense, trionfo di una staticità dal gesto teatrale che riduce al minimo la produzione di power chord, creando un effetto di attesa moderatamente coinvolgente. Non un arpeggio, non un assolo ma nemmeno un oltranzismo minimal alla La Monte Young; il gioco sta nell’annunciare, a ogni pennata, un’apocalisse che non arriva mai.
La destrutturazione del genere passa solo mediante la sua disidratazione, un togliere che rivela lo scheletro gracilino nascostosi dietro la ciccia di un volume disturbante. Mancano i dettagli vocali presenti qua e là nella discografia dei Sunn O))), manca un minimo di dinamiche che raccontino il terrore della distorsione giocando anche sul pianissimo. Si penserebbe a un sabba, a un evento ipnotico ma c’è una strategia ben precisa dietro a questo progetto, un’idea che funziona e che, dunque, va mantenuta inalterata il più possibile. Negli ultimi 5 minuti i due si lanciano nella rappresentazione di un’orgia cacofonica liberandosi dalla propria gabbia di genere, ma la risultante non supera ciò che il solo Keiji Haino può fare in un quarto d’ora ispirato.

Terminato il tutto, Stephen e Greg escono dai propri personaggi, ringraziando di cuore il pubblico che applaude, ognuno per un motivo diverso dall’altro.  

(Foto di Andrea Avezzù-Courtesy by La Biennale di Venezia)