20/04/2026

A Place To Bury Strangers

Monk Club


Era interessante osservare da vicino lo stato di forma di una band che ha segnato il rumore del nuovo secolo, attraverso un linguaggio musicale dove post-punk, noise-rock, shoegaze e psichedelia si scontrano dopo una corsa senza freni. L’occasione l’abbiamo avuta nella sempre ottima cornice del Monk, durante un fresco lunedì primaverile che ha portato nel locale romano una buona quantità di appassionati.

Curiosamente, ad aprire le danze non c’erano riff nevrotici o muri di suono, ma un singolo musicista (come sempre mascherato) nato in Canada ma residente in California, ovvero Cameron Findlay in arte Kontravoid, un nome abbastanza conosciuto per chi apprezza le derive più moderne di una certa electro body music. Per lui, quaranta minuti scarsi tra possenti bordate sintetiche e ruvide vocals a lungo andare abbastanza piatte (quest’ultimo è l’aspetto meno entusiasmante del progetto, anche in studio).
Nel frattempo, molta gente si era accalcata presso lo stand del merchandising degli APTBS, dove oltre a una succosa quantità di vinili e di cd, era possibile acquistare magliette, accendini, tappi per le orecchie (praticamente obbligatori!) e una lunga serie di pedali griffati Death By Audio (fin dal lontano 2002, un marchio di effetti per chitarra fondato da Oliver Ackermann, leader storico del combo newyorkese).

Tempo pochi minuti e una coltre di fumo avvolge lo stage, il trio statunitense sale sul palco e con “Deadbeat” Ackermann subito violenta e distrugge una chitarra, lasciando intendere che gli anni passano ma l’attitudine rimane sempre la stessa.
Completato da Sandra Fedowitz (alla batteria) e John Fedowitz (al basso), il gruppo rincara la dose ripescando composizioni da un repertorio ormai enorme: vengono eseguiti quattro episodi dal classico “Exploding Head”, tre dal recente “Synthesizer”, due (“Hold On Tight” e “Ring My Bells”) da “See Through You” e infine un brano a testa da altri lavori, tra cui “Song For Girl From Macedonia” estratta dall’ultimissimo “Rare And Deadly”, un valido compendio di vecchi esperimenti rimasti chiusi per anni dentro un cassetto.

Tra luci strobo infernali e fiumi di feedback, l’evento prende la piega di una perfetta tempesta magnetica, di quelle che tolgono il respiro, spazzando via sia i corpi che le anime presenti, perché prima di avvicinarsi agli A Place To Bury Strangers in versione live, è sempre meglio prendere le dovute precauzioni: lo sciamano del rumore Oliver Ackermann ha così portato a termine il suo rituale e noi ne siamo usciti frastornati e ancora una volta soddisfatti, poiché il vortice sonoro della sua creatura ha rappresentato, come al solito, un’esperienza catartica.