Ormai da molti anni “lo” Sherwood (ovvero il festival) è diventato infinitamente più popolare de “la” Sherwood (nel senso della radio che lo organizza). Sicuramente è stata una conseguenza della scelta, a suo tempo, di vendere le frequenze per sopravvivere esclusivamente online (chi scrive, ricorda il dispiacere con cui una generica “radio gelosa” ha preso di punto in bianco il posto di quella che ascoltava sempre in macchina e a casa).

Fatto sta che anche quest’anno, come in tutte le estati da oltre vent’anni a questa parte, il parcheggio dello stadio Euganeo di Padova diventa per un mese uno dei maggiori poli attrattivi dell’estate del nord est. Che si tratti di concerti a pagamento o ad offerta libera, il pienone è quasi sempre garantito. Onore al merito, quindi, ad un’organizzazione che ha saputo migliorarsi anno dopo anno, senza rinunciare al coerente impegno politico di quella che è nata come “la radio comunista di Padova”.

Ormai da molti anni “lo” Sherwood (ovvero il festival) è diventato infinitamente più popolare de “la” Sherwood (nel senso della radio che lo organizza). Sicuramente è stata una conseguenza della scelta, a suo tempo, di vendere le frequenze per sopravvivere esclusivamente online (chi scrive, ricorda il dispiacere con cui una generica “radio gelosa” ha preso di punto in bianco il posto di quella che ascoltava sempre in macchina e a casa).

E martedì 16 giugno, c’era tantissima gente sotto il palco già quando Casadilego ha aperto la serata. La teramana Elisa Coclite , da un certo punto di vista, è una somma di elementi che, normalmente, amerei disprezzare: cantautrice indie con velleità pop (o il contrario. Alla fine è la stessa cosa), vincitrice di X Factor e, di conseguenza, portatrice sana un concetto fin troppo “misurato” della performance musicale. Ma siccome il mio cinismo è stemperato dal piacere che provo nell’essere destabilizzato, ho trovato davvero adorabile la passione profusa dalla ragazza sul palco e ammirabile la potenza dei suoi polmoni- inversamente proporzionale alla sua altezza. Ha 23 anni ed è, giustamente, tutta amore. La sua musica è ormonale, nel senso più romantico del termine e senza la benchè minima traccia di malizia. Il vestito corto sembra voler essere ammiccante, ma poi le vedi le birkenstock con in calzini a righe e ti viene voglia di offrile una crepe nutella e cocco. Il suo limite è che la sua musica è così pulita che ci potesti mangiare sopra e un po’ più di incisività non guasterebbe, ma, alla fine, se è riuscita a convincere me con quel tipo di proposta, non può che essere promossa pieni voti.

L’atmosfera cambia repentinamente, poco prima che la Niña salga sul palco: la freschezza adolescenziale lascia il posto ad una consapevolezza arcaica. Carola Moccia porta avanti il solco di una tradizione, ma lo fa verso una direzione che sceglie lei. Che, parte, sì. da Napoli, ma abbraccia tutto il mediterraneo, il flamenco spagnolo e suggestioni mediorientali, con una capacità unica di apparire, alla bisogna, ieratica come una sacerdotessa e confidenziale come un’amica. Se già il suo ultimo disco “Furesta” (un capolavoro), fa pendere la bilancia maggiormente verso sonorità classicamente napoletane, rispetto al pop più “urban” dell’esordio “Vanitas” (comunque, un discone), dal vivo l’elemento elettronico è ulteriormente asciugato. Prevalgono arrangiamenti minimalisti: percussioni , nacchere (“O Ballo d’e ‘mpennate”) e, a volte, basta solo la voce (“Mammamà”), con incursioni nella musica barocca (“Oinè”). Per paradosso, la cosa più “moderna” del concerto, è stata una versione del classico “Maruzzella” solo voce e vocoder. I momenti migliori, però, sono quando la ragazza imbraccia la chitarra e partono i brani più incalzanti come “Salomè”, “Guapparia” o “Figlia d’a tempesta”, in cui orgoglio ed energia vanno a braccetto, facendo impazzire il pubblico dello Sherwood. Custode ed innovatrice in uguale misura, la Niña è l’ennesima prova dell’inestinguibile vitalità della scena musicale napoletana.