Barbra Streisand

Guilty

1980 (Cbs)
pop, soft rock, disco, easy listening

Sfacciatamente romantico, sentimentale ed easy listening. Un vero Guilty pleasure. Doppio, per di più. Perché alla gradevolezza dell'ascolto abbina il gusto un po' perfido di far inorridire tutti i fanatici dell'integralismo musicale. Eppure, a distanza di oltre 40 anni, "Guilty", il frutto proibito dell'incontro tra Barbra Streisand e Barry Gibb, rimane un classico del pop melodico, immarcescibile evergreen radiofonico, oltre che bestseller incontrastato di colei che di record, nella sua sessantennale carriera, ne ha collezionati a iosa. Un frutto paritario - va subito premesso - perché la tesi secondo cui si tratterebbe di "un disco dei Bee Gees con la voce della Streisand" pecca gravemente di superficialità, sottovalutando il peso specifico delle interpretazioni della star newyorkese nei nove brani di un disco che suona oltre tutto perfettamente coerente con la sua storia musicale. Anche quella dell'anno precedente, se si pensa che il primo flirt di Barbra con la disco-music risaliva all'inno "No More Tears (Enough Is Enough)" cantato assieme alla dea della mirrorball Donna Summer nel 1979.

A star is born

 

Del resto, la personalità non ha mai fatto difetto a Barbara Joan Streisand, per gli amici "Barbra" perché - dice lei - "suona più distintivo". Nata a Brooklyn (24 aprile 1942) da una famiglia ebrea, perde il padre Emanuel ad appena 15 mesi, vivendo poi un tormentato rapporto con il patrigno, dal quale la madre Diana avrà la sua sorellastra Roslyn Kind. Proprio la madre, ex-cantante soprano, diventa l'ostacolo principale alla sua vocazione artistica, in virtù di quel senso pratico che l'aveva spinta a rinunciare al palco per diventare segretaria scolastica. Ma Barbra, fin da ragazzina, è un caterpillar. E non molla un centimetro. Si esibisce per la prima volta nel 1960, in un bar gay del Greenwich Village a Manhattan, riscuotendo subito grande successo. Nel 1962 firma per la Columbia e un anno dopo ha già vinto due Grammy per il suo Lp d'esordio ("The Barbra Streisand Album"). Così ci prende gusto. E si ritrova nella top ten degli album pop di Billboard con tre Lp contemporaneamente, in piena febbre da rock 'n' roll e Beatlemania.
Da qui in poi è una progressione irrefrenabile. Diventa una star di Broadway ("Another Evening with Harry Stoones", "I Can Get It For You" e, soprattutto, "Funny Girl"), spopola in tv tra speciali e duetti con Judy Garland, sfonda nel cinema (da "Hello Dolly!" di Gene Kelly a "Ma papà ti manda sola?" di Peter Bogdanovich, da "È nata una stella" di Frank Pierson a "Come eravamo" di Sydney Pollack). In pratica, attraversa indenne due decenni, sfidando mode e convenzioni, forte della sua ferrea personalità di diva nata e della sua ugola possente e intensa, in grado di "marchiare" un brano in modo inconfondibile.
Ai piani alti della Cbs, stuoli di autori continuano a sgomitare per poter scrivere canzoni per il suo prossimo disco. Ma lei ha già le idee chiarissime e un suono in testa, che porta dritto tra le mattonelle fluo dei dancefloor e dei nuovi profeti della "Night Fever" di marca disco. Barbra vuole i Bee Gees.

Barbra meets Bee Gees

 

Non che la romantica fanciulla cotta di Robert Redford in "The Way We Were" volesse mettersi improvvisamente a fare la dancing queen. Anzi, come detto, aveva già dato ed Enough Is Enough era anche il suo credo artistico. Però nell'anno domini 1980, quando la febbre del sabato sera si era ormai affievolita da un pezzo, restava ancora il profumo agrodolce di quel magnifico sound, magari virato in salsa pop. E non si poteva certo mettere in discussione l'abilità melodica di chi aveva scritto ballate da capogiro come "How Deep Is Your Love", "Fanny (Be Tender With My Love)" o, ancor prima, "I Started A Joke", "To Love Somebody" e "Massachusetts". No, i Bee Gees erano perfetti anche per il salto nel decennio post-disco.

 

L'incontro decisivo si concretizza un anno prima. Nell'ottobre del 1979, Streisand assiste con l'amico Jon Peters al concerto dei Bee Gees al Dodger Stadium di Los Angeles. Il giorno successivo richiede le copie di tutti i loro album e fissa un incontro con il trio. Dapprima prova a sottoporre a Barry, Robin e Maurice Gibb alcune canzoni che aveva nel cassetto, poi, di fronte al loro cortese rifiuto, propone ai tre di scrivere dei brani per lei. "Abbiamo colto al volo l'idea - racconterà Barry Gibb - Era la mia cantante preferita da quando ho ascoltato la sua 'People' in Australia".
I Bee Gees, con la loro proverbiale fulmineità creativa già messa in atto ai tempi della colonna sonora di "Saturday Night Fever", sfornano subito cinque brani, di cui uno a firma dell'intera ditta ("Guilty") e quattro ad opera dei soli Barry e Robin.
Barbra "si innamora" del materiale e chiede di registrarlo insieme il prima possibile. Ma c'è da superare un piccolo ostacolo di nome Robert Stigwood. Nel suo quartier generale in un palazzo rosa alle Bermuda, l'arcigno manager dei Bee Gees fissa le condizioni: tre quarti dei diritti a loro, un quarto alla Streisand. Al che, la fan cede per un attimo il posto all'imprenditrice: "How much for just one?", chiede sgranando i suoi occhi di ghiaccio. Il quesito raggiunge le Bermuda e sblocca la situazione: sarà solo Barry Gibb a cantare con lei e a co-produrre l'album (assieme ai fidati partner Albhy Galuten e Karl Richardson); per le sue performance nei duetti, riceverà metà delle royalties e in più avrà il pieno compenso per la produzione. Affare fatto.

 

A questo punto, però, leggenda vuole che Barry Gibb fosse un filo intimorito dalla lady di ferro con cui si trovava a collaborare. "Sapevo che tipa tosta fosse, era una star così grandiosa da intimidire chiunque - racconterà - Ero nervosissimo e sul punto di rinunciare, ma poi mia moglie mi disse che avrebbe divorziato se l'avessi fatto!". Gibb temeva anche che la Streisand potesse chiedergli troppe modifiche ai brani (lo farà in realtà solo per quello più celebre, "Woman In Love") e finisse col sovrastarlo nei duetti con la sua ugola poderosa (cosa che, inevitabilmente, accadrà). Ma alla fine si convince: scrive altri quattro brani con Galuten, il produttore di "Saturday Night Fever" ("What Kind Of Fool", "Never Give Up", "Make It Like A Memory" e "Carried Away", quest'ultima poi esclusa dalla tracklist e incisa in seguito da Olivia Newton-John) ripescando anche quella "The Love Inside" rimasta fuori dalle session del 1978 di "Spirits Having Flown".
Le tracce strumentali vengono registrate ai Criteria di Miami, quindi, a Los Angeles, si aggiungono le parti vocali. E in studio tra Barry e Barbra tutto fila liscio e in piena armonia. In tutto, sei mesi di lavoro per Gibb, due settimane per la Streisand. "Divenne sempre più uno sforzo collettivo tra loro due, un vero lavoro di squadra", rivelerà Charles Koppelman, boss della Cbs.

Over and over again

 

"Guilty", dunque. Come l'omonimo brano d'apertura, inno alla colpevole complicità amorosa cantato in duetto. Non un vero e proprio uptempo, ma un brano cadenzato dalle chitarre ritmiche e impreziosito dagli archi, tra groove funky e sfumature jazzate, con quel passaggio in tonalità minore del bridge ad aggiungere un tocco di pathos in più. E il gioco di armonie vocali tra i due funziona magnificamente: sensuale e acrobatica Barbra, che vola altissima mentre Barry gioca sapientemente in difesa, tra un cantato più sommesso e i suoi caratteristici falsetti. Una specie di standard perfetto di duetto romantico, soggetto a innumerevoli (e più o meno malriusciti) tentativi d'imitazione: vincerà anche un Grammy come "Best Pop Performance by a Duo or Group with Vocal" nel 1981.
L'unico altro duetto del disco, "What Kind Of Fool", tenta di ripetere l'incantesimo su battute più basse, sfoderando un lentone cheek to cheek che danza pericolosamente sull'orlo della stucchevolezza, riuscendo a farla franca grazie a una melodia delicatissima, supportata dai tipici coretti beegeesiani e da un'altra interpretazione ruggente, in crescendo, della Streisand, qui in versione più broadwayana.

 

Portata a casa l'impresa più ardua (i duetti), Gibb cede il microfono alla Streisand per il resto del disco, accomodandosi in cabina di regia e piazzando giusto qualche vocal qua e là. Ed è un trionfo, a partire proprio dalla traccia più controversa, quella per la quale la diva newyorkese aveva chiesto modifiche. "L'unica canzone che non mi sentivo del tutto a mio agio nel cantare era 'Woman In Love' - spiegherà - Pensavo che il testo non fosse qualcosa che avrei potuto dire". È in particolare il verso "It's a right I defend/ Over and over again" a suonarle troppo forte e "rivendicativo" per una canzone pop. Ma alla fine si lascia persuadere dalla magnificenza complessiva del brano. E non avrà da pentirsene. Scelta come primo 45 giri dell'album, "Woman In Love" diventerà la sua canzone di maggior successo, restando per tre settimane in vetta alla Billboard Hot 100 e spopolando nell'airplay radiofonico in ogni angolo del globo da qui all'eternità. Merito di quella travolgente intro di chitarra e della struggente apertura melodica cesellata da un Gibb al top della forma, ma anche della sontuosa interpretazione della Streisand, abilissima nel dosare malinconia nel bridge e impetuosità nel refrain (dove proprio quel verso incriminato diverrà cruciale), in un mirabolante intrico vocale con i coretti di marca Gibb. E così, tanto per far mangiare la polvere alla concorrenza, da vera diva, s'inventa quella nota mantenuta per dieci secondi (sulla parola "all" del verso "I stumble and fall/ But I give you it all"), con la quale - stando a Casey Kasem, conduttore del programma radiofonico American Top 40 - stabilirà il record della "nota più lunga mai tenuta da una cantante in una canzone al primo posto" (!). Al di là dei virtuosismi, resta comunque la bellezza assoluta di una ballata che fa della melodiosità scintillante il suo valore aggiunto, destinato miracolosamente a ripetere l'incanto ad ogni ascolto.

 

Chi pensasse però che il disco finisca qui si perderebbe tanto altro. Perché i restanti sei brani sono un puro distillato del più rinomato artigianato pop di marca Bee Gees. Prendiamo una prodezza come "Promises", flessuosamente funky, col canto di Barbra ora più rilassato e suadente, puntellato a più riprese dai vocals di Barry, incluso l'inconfondibile falsetto, e dalla puntuale batteria di Steve Gadd: una possibile outtake da un capolavoro a scelta dei fratelli Gibb. Oppure la radiosa ballad "Run Wild", che si schiude in un'altra vertiginosa apertura melodica gestita con perfetto controllo da un'esecuzione vocale al tempo stesso spericolata e misurata al millimetro. Pugno di ferro in guanto di velluto, Barbra si prende tutta la ribalta riempiendo la cornice di chitarre soft, archi e coretti a sua disposizione. Anche l'unica traccia non scritta appositamente per lei, l'atmosferica "The Love Inside", brilla dei suoi eleganti chiaroscuri vocali adagiati su un soffice manto di synth e archi, a dar vita a un'altra dolente canzone d'amore.

 

Anche quando si avventura in territori più audaci, la Streisand conferma la sua assoluta padronanza vocale e il suo raffinato eclettismo. Ascoltare per credere il music-hall dall'andamento circolare di "Life Story", la novelty dance di "Never Give Up" - dove spazia dal bisbiglio del bridge ai salti di tonalità più acute del ritornello - e gli oltre sette minuti della mini-sinfonia "Make It Like A Memory" che chiude il disco tra un imprevedibile assolo di chitarra elettrica (a cura di Pete Carr) e un'orchestra di ottoni tirati a lucido, in una sorta di ideale congedo teatrale di uno show di Broadway. Giù il sipario, applausi. Anzi, una standing ovation.

Superdiva globale

 

Costruito per essere un bestseller ("We wanted to get her more into the mainstream and sell more records than she ever had before", parola di Gibb), "Guilty" lo sarà appieno, vendendo oltre 12 milioni di copie nel mondo e conquistando la vetta delle classifiche in molti paesi, tra i quali anche l'Italia (non bisserà la magia invece, 25 anni dopo, "Guilty Pleasures", fiacco sequel che rivedrà i due insieme per undici brani inediti, inclusi nuovi duetti - "Come Tomorrow" e "Above The Law" - e il singolo "Stranger In A Strange Land", canzone di protesta contro la guerra in Iraq).
Missione compiuta, dunque, per Barry Gibb che si ripeterà due anni dopo alla corte della divina Dionne Warwick (con la splendida "Heartbreaker") e, in tono leggermente minore, nel 1985 al servizio di un'altra diva stellare come Diana Ross per l'album "Eaten Alive". Seguirà poi un lento declino, che porterà anche al tramonto del glorioso marchio Bee Gees, di cui Barry resta ad oggi l'unico superstite.
Barbra Streisand consoliderà invece il suo status di superdiva eclettica e onnivora - cantante, attrice, regista, produttrice, nonché fervida attivista Lgbt e sostenitrice del Partito Democratico - mettendo in tasca i più importanti riconoscimenti cui un'artista può ambire: 2 Oscar, 10 Grammy Award, 5 Emmy, 11 Golden Globe e 1 Tony Award speciale, tanto da rientrare in quella ristretta cerchia di personaggi chiamati Egot (dalle iniziali dei premi), che nella loro carriera hanno vinto tutti i più prestigiosi riconoscimenti assegnati nel campo del cinema, della televisione e della musica. Nel 2015 Barack Obama la premierà alla Casa Bianca con la Presidential Medal of Freedom, la più importante onorificenza degli Stati Uniti, dove Barbra vanta anche l'incredibile record di essere l'unica artista con almeno un album al numero 1 in sei decenni consecutivi, a partire dagli anni 60 (il primo nel 1964, l'ultimo nel 2016).
Così, all'alba degli ottant'anni, l'eterna Woman in love potrà tracciare il seguente, sintetico bilancio: "In oltre mezzo secolo di carriera non ho mai dovuto sottostare a compromessi e sono sempre stata me stessa. Sono anche arrivata a Hollywood senza dovermi aggiustare il naso, i denti o il nome. Lo trovo molto gratificante". Chapeau!

07/05/2023

Tracklist

  1. Guilty
  2. Woman In Love
  3. Run Wild
  4. Promises
  5. The Love Inside
  6. What Kind Of Fool
  7. Life Story
  8. Never Give Up
  9. Make It Like A Memory




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