I Šarlo Akrobata, band post-punk dall’indole anarchica e sperimentale, si sciolgono nel 1981, non senza aver segnato profondamente il sottobosco culturale jugoslavo. Il loro cantante e chitarrista, Milan Mladenović, fonda i Katarina II l’anno successivo. Il nome del nuovo progetto rimanda a Caterina II di Russia, ma dura un solo album, a causa dell’abbandono del chitarrista, Dragomir “Gagi” Mihajlović. Onde evitare strascichi legali e polemiche, la formazione si rinomina Ekatarina Velika (trad. Caterina la Grande), restando così fedele al personaggio. Affiancano Mladenović il bassista Bojan Pečar e la tastierista Margita Stefanović, mentre il batterista cambia ciclicamente.
“Ekatarina Velika” (1985) e “S’ vetrom uz lice” (1986) escono per l’etichetta di stato slovena Zkp Rtvlj, che non riesce a garantire loro le tirature desiderate (oggi diversi brani del periodo sono classici del rock locale, ma all’epoca le vendite non vanno oltre le 20mila copie a disco).
Per la registrazione di “Ljubav”, avvenuta fra l’agosto e il settembre del 1987, le cose sembrano tuttavia cambiare: il disco viene distribuito dalla Pgp Rtb di Belgrado [Nota 1], con ben altri mezzi a disposizione. I due gruppi serbi più popolari di quegli anni – Bajaga i Instruktori e Riblja Čorba – incidono entrambi per l’etichetta: la band si direbbe pronta al grande salto.
“Ljubav” esce il 2 ottobre e il successivo 26 dicembre riceve un disco d’oro per le 50mila copie vendute: benché sia il loro primo risultato rilevante, rimane ben inferiore ai risultati delle band sopraccitate. La cifra rischia anzi di distorcere il ruolo degli Ekatarina Velika (da qui in avanti Ekv, come essi stessi talvolta si presentavano per comodità), che non sono stati una band per appassionati come potrebbero esserlo, in Italia, quelle di Giovanni Lindo Ferretti: le loro canzoni sono ancora oggi note alla maggior parte della popolazione serbo-croata.
Si potrebbe supporre una rivalutazione postuma dovuta al destino insolitamente tragico che li ha colpiti. I tre membri storici sono infatti morti prematuramente, in momenti scollegati l’uno dall’altro: Mladenović per tumore fulminante al pancreas nel 1994 (36 anni), Pečar per infarto nel 1998 (38 anni) e Stefanović per complicazioni legate all’Aids nel 2002 (43 anni). Tuttavia non è sufficiente a spiegare come mai la band fosse fra le più seguite del circuito concertistico già all’epoca, mandando esaurito il Kulušić di Zagabria per cinque serate di fila nel 1986 e la Hala Pionir di Belgrado per due nel 1987, o come mai venne invitata nel 1991 allo “Yutel za Mir”, concerto contro la guerra tenutosi a Sarajevo il 28 luglio 1991, in un cartellone che per il resto vedeva solo campioni di vendite.
L’unica soluzione possibile è che gli Ekv ebbero un forte impatto già in diretta. Il fatto che vendessero più biglietti per i concerti che dischi può essere dovuto a una moltitudine di fattori: lo scetticismo della Pgp Rtb a spingerne la promozione una volta esaurite le prime tirature (erano percepiti come un corpo estraneo all’establishment locale); la difficoltà ad attecchire nelle aree rurali a causa dei testi e dell’immagine sofisticata (oggi lo scoglio è superato e ci si può imbattere in loro cover band anche nei villaggi); un pubblico d’inclinazione controculturale e particolarmente giovane, con scarso potere d’acquisto.
“Ljubav” viene registrato a Belgrado e mixato a Zagabria, con la produzione affidata a Theodore Yanni, musicista australiano che segnò in maniera importante la scena jugoslava a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta (lo si rintraccia dietro le quinte dei dischi di Branimir Štulić, Bijelo Dugme, Električni Orgazam e Oktobar 1864). Alla batteria siede Srđan Todorović, proveniente dai Disciplina Kičme e noto anche come attore.
La scaletta è aperta da “Zemlja”, il manifesto dei valori che attraversano la band:
Questa è la terra è per noi,questa è la terra per tutta la nostra gente,questa è la casa per noi,questa è la casa per tutti i nostri bambini.Guardami, oh, guardami, con gli occhi di un bambino.In questa terra vedo la salvezza,dal sonno mi risveglia una voce che riconosco,finché i rami accarezzano i nostri corpi,finché le ombre ci fanno una coperta.Sento “torna”,sento “resta”,lasciami.Sento “torna”,sento “resta”,scusami.In ogni sconfitta ho visto una parte di libertà,e quando è finita,per me, sappi, è proprio allora che è iniziata.Sento “torna”,sento “resta”,non andare, no.
Se l’album è tanto importante non è solo per i valori che ha trasmesso ovviamente, ma anche per la posizione che occupa nel percorso di ricerca musicale di Mladenović. I Katarina II si prodigavano in un post-punk oscuro e spigoloso, che risentiva ancora delle sonorità dei Šarlo Akrobata, pur aggiungendo elementi d’atmosfera ripresi dal rock gotico dell’epoca. Diventati Ekv, levigano ulteriormente formula e raggiungono la maturità con l’album “S’ vetrom uz lice”, dove la ricerca non è più volta a scelte che possano rivelarsi traumatiche per l’ascoltatore, bensì alla stratificazione del suono e delle strutture, con un post-punk epico e melodico, denso di rivoli di tastiere, chitarre effettate, cori, ma anche sporadiche, sorprendenti sortite nella musica folk sia orientale, sia occidentale.
Nel crepuscolo le ombre diventano pesantie ci strisciano sulle facce.Lo splendore negli occhi
è profondo e irreale.
Viaggiamo con le parolee pensiamo con i passi,tu ed io, tu ed io.Nel crepuscolo le tue mani freddemi accarezzano il petto.Dimentico, dimenticoche solo tu saiquanti di loro ci sono.Al mio fianco, sii al mio fianco.Nel crepuscolo, so che sai che sotutto sulle cose non importanti.Dietro la collina c’è un campo,dietro il campo c’è un bosco,dietro il bosco c’è una casa,dietro la casa c’è una strada,che porta a te.
La strofa si poggia su un classico giro di Do minore, ma dopo il pre-chorus evolve con tono drammatico, cambiando l’accordo di Mi bemolle da maggiore a minore. Vi è poi una rapida sequenza discendente di note che porta al Do minore e poi al La bemolle maggiore, deviando dalle progressioni più canoniche, che non contemplano il Do minore.
E tutti i miei compagni sono da tempoanche tuoi compagni.Gli antichi slavi avevano il dualenel loro dizionario,e quando voglio dire “io”,dico “noi”,e quando parlo di me stessoin verità penso a noi
Il primo lato del vinile si chiude con “7 dana”, crescendo gotico di sei minuti e mezzo, che sorge da atmosferici tappeti di tastiere e culmina in un epico assolo con cui Mladenović veste i panni del guitar hero, riprendendo una figura che nei paesi anglosassoni sembrava non essere compatibile con il post-punk.
Sette giorni da soloe giù e su, cercami.Sette giorni da solo,trova, metti, fammi vedere.Lascia che faccia male finché fa male,stringi la tua pelle con le mani,stringi la mia paura sotto di me,spara al sudore con le unghie.Ancora questa volta,finché cerca e chiama,riparerò.Ancora qualche volta,mentre emana e prega,donerò.Stringimi, amami,prendi in pugno il miocollo bagnato.Conserva il tempoe conservati per me,sarei tuo fratello,tu sei mio fratello.Rompiti, scansatida te stesso.
Lascia che l’acqua ti porti all’oblio.Le coste sono vuote come un desertoe solo la gente che segue con lo sguardo[vede] cosa porta il flusso.Gli occhi sono vuoti come un desertoe un morso sulle labbra diceche qui una volta c’era l’oceano.Lontane città sull’acqua,come navi sull’acqua,tu sai,l’acqua porta via tutto.
“Zid” è un folk-rock denso di simboli mistici, guidato da chitarra acustica suonata in sedicesimi, denso di cambi di accordi, caratterizzato dalla presenza di pianoforte e percussioni, nonché da una sequenza di sintetizzatore che emula un timbro vocale, in cui si passa dalla scala dorica delle strofe alla misolidia del ritornello (ancora una volta, un elemento poco comune nella musica pop-rock).
Bacia prima gli sfortunati,poi calma gli scalmanati,cuci i vestitini alle bambolee tendi gli archi ai cacciatori.Trovami,nella stanza in cui muore il giorno,nelle mie fredde e piovose stanze,Sul muro un disegno di un verme nero.Guarda il muro,da uno stato di incoscienza nero, morto, vuoto.Siamo liberi,io sono nato completamente solo.Riconcilia i cani e i gatti con le parole,nutri gli affamati con i tuoi occhitocca col palmo gli intoccabilie salva noi inafferrabili.Il vento monta verso le colline,una pietra nella collina, il sale nelle viscere.Guarda il muro,sul muro le ombre dei nostri anni.
Abbiamo passato i primi giorni di meraviglia,abbiamo passato i primi giorni di sguardi,io non sono qui,non sono né lì né qui.Mentre bevo il succo dai tuoi occhi,mentre lecco il sale dalle tue dita,stiamo affondando.Abbiamo passato i primi giorni di bugie,abbiamo passato i primi giorni di rimorsi.No, i giorni non aspettavano molto,i giorni fuggivano, strisciavano, restavano in aria.
18/09/2022