Julie London

Julie Is Her Name

1955 (Liberty) | vocal jazz

Julie l'unica e l'inimitabile, il prototipo della pin up anni 50 dalle curve vertiginose, la perfetta messa in piega e lo sguardo intenso. Ma soprattutto Julie l'interprete intima ed elegante, che tiene la sala sull'orlo della sedia con un sussurro. Si fa presto, insomma, a scadere nel solito biglietto da visita, quando si parla di personaggi dell'era d'oro di Hollywood come Julie London. Del resto, la sensualità qui è dichiaratamente ammiccante, come dimostrano le copertine dei suoi dischi - a seconda di come viene tagliata nei vari formati, l'immagine dello stesso "Julie Is Her Name" può dare momentaneamente l'impressione che le coppe del vestito siano l'iniziale accento di due smaliziati capezzoli, il che è già capace di mandare in subbuglio l'America del dopoguerra. Ma dentro a questo perfetto involucro da attrice di Hollywood e chanteuse per palati raffinati, si cela una donna intelligente, sensibile e all'occasione sarcastica e letale, capace di immergersi nel cuore di una canzone con incredibile naturalezza e scandagliare gli anfratti di una femminilità stratificata e complessa.
 
E pensare che Julie non sarebbe mai dovuta essere una cantante; scoperta ancora giovanissima proprio per via del suo bell'aspetto mentre lavora in un centro commerciale di Los Angeles come assistente d'ascensore, fa il proprio debutto cinematografico a soli diciassette anni nel film "Nabonga" (1944), iniziando una curiosa ma promettente carriera da attrice che la mette momentaneamente a fianco dell'altra biondissima icona del periodo, Marilyn Monroe.
Ma verso la prima metà degli anni 50, il sogno americano di Julie s'è già infranto; il suo matrimonio con Jack Webb, noto cineasta dal quale ha avuto due figlie, è naufragato in divorzio nel momento esatto in cui quest'ultimo ha incontrato il successo e ha smesso di presentarsi a casa. Se per Julie la famiglia sarà sempre al centro delle attenzioni - avrà altri tre amati figli dal suo secondo matrimonio - la sua immagine da perfetta casalinga e mogliettina premurosa non è che una proiezione dei valori dell'America di quegli anni. Solitudine, depressione e un'autostima sotto le scarpe sono sempre in agguato, quasi a voler sancire i limiti entro i quali le è concesso vivere ed esprimersi.
Quando sei una donna e il tuo matrimonio si spezza, cadi a terra [...] mi sono sentita improvvisamente vecchia, stupida, poco interessante e non più attraente. Ho dato via la mia carriera quando ho sposato Jack - è stato un errore. Credevo non fosse possibile avere un'occupazione ed essere sposata, ma dare via il mio lavoro è finito col risultare controproducente. Uscire fuori, incontrare persone interessanti, rende una donna più attraente per il proprio marito [...]
In un certo senso, lo spettacolo è già finito.
 
The Elusive Chanteuse
 
Sarà Bobby Troup, jazzista e autore di quella "Route 66" resa celebre da Nat King Cole e presto anche dai Rolling Stones, ad accorgersi delle inusuali doti canore di Julie; durante una serata passata assieme a un gruppo di amici in comune ad ascoltare dischi in salotto, l'ormai quasi ex-attrice si alza in piedi e intona "Little Girl Blue". Tutti si ammutoliscono. C'è qualcosa di unico nel modo in cui Julie si pone di fronte alla canzone, nella sua capacità di sviscerarne il significato e reiterpretarla a proprio modo, tagliando ogni fronzolo ed evitando paragoni con altri cantanti. Per Troup è amore a prima vista, nel giro di qualche anno lui e Julie saranno felicemente sposati. Più difficile, semmai, è convincerla sul momento a fare un disco; eternamente timida e poco convinta dalle proprie capacità, Julie avrà sempre qualcosa da ridire, anche una volta riconquistato il successo.
Non ho una gran voce sinceramente, è più un sussurro, e devo sempre stare vicinissima al microfono altrimenti non mi si sente
Il che non le rende giustizia, dal momento che ci vuole semmai un gran pelo sullo stomaco per presentarsi al mondo senza alcun orpello. Fino ad allora, infatti, il canone del jazz ha inavvertitamente richiesto ai propri interpreti una discreta dose d'energia per bucare oltre il suono dell'orchestra di rito e arrivare alle orecchie del pubblico dei grandi teatri. Voci leggendarie quali Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Billie Holiday, Judy Garland e Sarah Vaughan hanno dovuto fare i conti col volume, risultando in elaborate produzioni di studio ed esibizioni spesso accompagnate da uno stuolo di musicisti sul palco. Ma per catturare l'essenza delle intime interpretazioni della London, Troup fa sì che "Julie Is Her Name" venga inciso col solo ausilio di una chitarra e un contrabasso, risultando in tredici nude miniature di torbida sensualità e umbratili confessioni entro le quali è sostanzialmente impossibile nascondersi. Contro le aspettative di tutti, il disco diventa presto un successone da tre milioni di copie.
 
Basta poco per innamorarsene, l'atmosfera di "Julie Is Her Name" ha un che di eterno e ultraterreno. Barney Kessel, tra i più influenti chitarristi jazz della propria era, ha l'innata capacità di tessere armonie come fossero ricami osservati in controluce, il suo tocco non è mai invadente, per non pestare i piedi alla cantante, eppure i suoi complessi e obliqui tappeti sonori riempiono esattamente lo spazio necessario, sostituendo a meraviglia quello che altrimenti andrebbe diviso tra i trenta elementi di un'orchestra. Completa il trio Ray Leatherwood al contrabbasso, anche lui sempre elegantemente posizionato in sottofondo, eppure di fatto l'unico sostituto per l'intera sezione ritmica di un disco che non presenta un singolo beat e che pure non perde un colpo.
 
Il cuore dell'opera sono brani quali "I Should Care", "It Never Entered My Mind" e "Say It Isn't So", dove Julie, Barney & Ray dialogano a tre come fossero seduti sulla veranda a osservare la Luna durante una calda sera di mezz'estate. Julie è maestra nel dar voce a questo senso di quieta intimità e maliconica passione; il suo rapporto con l'amore è romantico, ma venato dalla cauta maturità di chi ne ha già assaggiato anche l'amaro retrogusto - "I'm In The Mood For Love" e "I'm Glad There Is You" rendono l'immagine di una donna certo desiderosa di attenzioni ma non esattamente ingenua né tantomeno passiva. "Can't Help Lovin' That Man" rende ancor meglio l'idea: un lieve passo di basso e pochi acciacchi di chitarra sono quanto basta per dare a Julie modo di entrare con amarezza in territori dolorosamente autobiografici.
 
In poco più di mezz'ora di durata, "Julie Is Her Name" fa del minimalismo quasi una nuova arte, ma questo non significa che l'atmosfera sia sempre uguale; su "I Love You" e il vaudeville di "No Moon At All", basso e chitarra bofonchiano un ritmo più svelto, mentre la voce vi brilla sopra in tutto il suo splendore. Il ritmo prende decisamente piede sulla pimpante e gassosa "'S Wonderful", classico momento da gran concerto che con un'orchestra in sottofondo assumerebbe toni raveliani - qui, invece, c'è il solo Barney a fare miracoli alla chitarra.
Di totale controparte emotiva a quanto sopra, Julie intona i primi quaranta secondi della spettrale "Laura" interamente a cappella e il solo suono della voce assume la consistenza del fumo nella penombra.
 
La vendetta di Julie
 
Nel 1953, l'autore e compositore Arthur Hamilton ha pubblicato lo spartito di una nuova canzone, intitolata "Cry Me A River". Il pezzo viene inizialmente presentato a Ella Fitzgerald per la colonna sonora del film "Pete Kelly's Blues", diretto proprio dall'ex-marito di Julie, Jack Webb. Ma alla casa di produzione si sono convinti che in un'America segregata molti non crederebbero alla Fitzgerald che intona la parola "plebeo". Hamilton prova a rivedere il testo e cambiare l'andamento della strofa, ma alla fine decide di lasciare il tutto com'è e la canzone viene tagliata fuori dal film.
In un lampo, Julie ne registra la propria versione, et voilà: in meno di tre minuti, e con giusto un obliquo intreccio di chitarra e contrabbasso a trascinarsi in sottofondo, "Cry Me A River" diventa un devastante inno di spassionata freddezza e maliconica vendetta. Si farebbe in un attimo a trasformare il pezzo in un melodramma, Julie invece colora il proprio lamento di un'inedita amarezza delicatamente incattivita, l'immagine di una donna abbandonata nel proprio appartamento, triste e delusa ma quietamente in possesso di un autocontrollo venato d'acciaio.

Queste le immagini di Julie, che interpreta superbamente il proprio pezzo nel celebre film "The Girl Can't Help It" del 1965 come fosse un sinistro fantasma avvolto di morbido chiffon:

 
Il pubblico è immediatamente rapito, la canzone è una hit che tocca la Top Ten di Billboard, rinnovando il volto della propria interprete, che con un doppio carpiato passa da bellissima attrice a inusualmente fascinosa cantante.
La più lunga e vocalmente pirotecnica versione di Ella Fitzgerald viene poi pubblicata nel 1961, contribuendo a mantenere vivo nell'immaginario del pubblico il successo della composizione - nel corso degli anni, "Cry Me A River" diventa uno standard del jazz canoro e infine aggiunto al prestigioso National Recording Registry, mantenuto nella Library Of Congress di Washington.

Ma la versione originale rimane insormontabile, così scarna ed essenziale da non lasciare alcun posto a trucchi ed escamotage vocali di sorta: il suo nome è Julie London, l'interprete che con un sussurro seppe raccontare tutto il glamour e il suo contrario dell'America negli anni 50. Raramene il suono di tre persone in una stanza ha saputo raggiungere simile profondità.

(22/08/2021)



  • Tracklist
  1. Cry Me A River
  2. I Should Care
  3. I'm In The Mood For Love
  4. I'm Glad There Is You
  5. Can't Help Lovin' That Man
  6. I Love You
  7. Say It Isn't So
  8. It Never Entered My Mind
  9. Easy Street
  10. 'S Wonderful
  11. No Moon At All
  12. Laura
  13. Gone With The Wind
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