Kino

Zvezda po imeni Solntse

1989 (Autodistribuito) | post-punk

Il 1989 è uno degli anni chiave del Ventesimo secolo. La caduta del muro di Berlino, il crollo di quasi tutti i regimi europei, il massacro di piazza Tienanmen in Cina: al centro sempre il comunismo, che si avviava a subire la sconfitta definitiva, dissolvendosi in Europa, o virando lentamente verso il capitalismo in Asia.
L’Unione Sovietica avrebbe retto all’onda d’urto ancora per un paio d’anni, quando il conflitto fra Mikhail Gorbachev e Boris Yeltsin, passato per la modifica della struttura statale e un golpe fallito, sarebbe diventato insanabile.

Tutto ciò è ben noto a qualsiasi persona abbia vissuto quegli anni, o si sia in seguito appassionata alla storia del Novecento. Quello che non è noto è come siano stati vissuti quegli eventi dalle persone del posto, perché il reportage giornalistico, per sua natura, racconta i fatti, ma non può dilungarsi nel dare loro un contesto. 
Rimane quindi ignoto al grande pubblico il nome di esponenti della cultura cinese che vennero coinvolti nei moti di piazza Tienanmen, quali il cantautore Hou Dejian e lo scrittore Liu Xiaobo, così come sono ignoti i film che portarono al cinema una generazione di giovani russi e le iniettarono la volontà di cambiare le cose. Oppure erano quegli stessi film a essere alimentati da un clima generale che spingeva in quella direzione, in una sorta di circolo virtuoso: fatto sta che ogni ragazzo di quell’epoca conosce “Assa” (“Асса”, 1987) e “Igla” (“Игла”, 1988).

In entrambi compare Viktor Tsoi, leader della rock band Kino: nel primo soltanto come cameo nel finale, pur memorabile, nell’altro come protagonista nella parte di Moro, un personaggio misterioso (ignoti la sua occupazione e il suo passato) alle prese con i trafficanti di droga che hanno reso eroinomane la sua ex ragazza. La desolazione dei paesaggi mostrati e il senso di declino, putrescenza e ineluttabilità che traspira dal sistema sociale mostrato nella pellicola si sono fusi con la figura di Tsoi, rendendolo un’icona. Uno degli argomenti su cui il film spinge maggiormente è senza dubbio l’assenza dello Stato, la cui organizzazione al collasso lascia spazi sempre più ampi a povertà e disperazione, humus ideale per far proliferare la criminalità: Tsoi diventa dunque l’eroe che va a tappare il vuoto lasciato dalle istituzioni.
Come in una sorta di sovrapposizione con Moro, seguendo lo stesso identico sistema di valori che rendevano eroico quel personaggio, Tsoi stava diventando un simbolo generazionale anche all’infuori del mondo cinematografico. Sotto la sua guida, i Kino toccavano proprio in quel periodo impressionanti vertici di popolarità, di fatto costringendo lo Stato a sollevare la censura dalla musica rock (che si era andata sì allentando a partire dal 1980, ma restava comunque un nemico sempre tangibile e opprimente).

Come i Kino fossero arrivati a quel trionfo di pubblico lo abbiamo già raccontato su OndaRock in occasione della relativa monografia, di cui si invita alla lettura, per poter meglio comprenderne il cammino e la cifra stilistica, oltre che per poter dare una posizione precisa all’album analizzato in questo articolo, parte di una discografia breve ma intensa, zeppa di canzoni memorabili. 
“Zvezda po imeni Solntse” (“Звезда по имени Солнце”, “Una stella chiamata Sole”) viene pubblicato in quel fatidico 1989 in forma di nastro magnetico, autodistribuito dalla stessa band. I Kino non vollero infatti per nessuna ragione firmare per l’etichetta di stato, la Melodiya, notoriamente molto restia a pagare i musicisti scritturati all’infuori di un tetto prestabilito.

L’apertura della scaletta, affidata a “Pesnya bez slov” (“Песня без слов”), è mozzafiato. La drum machine Yamaha RX-5, programmata dal batterista Georgy Guryanov, sfoggia un battito assassino (se ne ricordano di così massicci appena nei Sisters Of Mercy), mentre il chitarrista Yuri Kasparyan tiene due linee di chitarra, una tutta reiterazioni minimaliste e riflessi, l’altra distorta che si inerpica a più riprese in un riff sovrumano e sembra voler mettere in musica tutta la severità e la durezza di secoli di storia russa.
“Pachka sigaret” (“Пачка сигарет”) è il brano immortale di turno, una solenne ballata che è crogiuolo di suoni e sensazioni. Kasparyan tocca forse il suo vertice, con superbi giochi di armonici e arpeggi riverberati. Mentre i suoni della sua sei corde si sovrappongono come i tintinnii di un cristallo, Tsoi scava nell’ascoltatore col suo emblematico baritono e si rincorre con i cori in canone, narrando ancora una volta la frustrazione di una generazione: “E nessuno voleva essere colpevole senza colpa, e nessuno voleva raccogliere le braci con le mani, ma senza musica neanche in pubblico è bello morire, ma senza musica non viene voglia di perdersi”.
La title track si ricollega stilisticamente all’album precedente, “Gruppa krovi” (“Группа крови”, 1988), con un rigido passo post-punk, chitarre metronomiche e malinconici tocchi di pianoforte. Il testo pacifista la rende uno dei loro manifesti: “La guerra è una faccenda dei giovani, una medicina contro le rughe. Il sangue rosso rosso, tra un’ora non sarà che terra, tra due vi cresceranno erba e fiori, tra tre sarà di nuovo vivo, e riscaldato dai raggi di una stella di nome sole”.
Il quarto grande successo è “Stuk” (“Стук”), che in qualsiasi paese occidentale sarebbe al massimo diventato un inno da discoteca gotica, con la linea di basso cupa e incessante, le chitarre sature, i sinistri rintocchi metallici che accompagnano Tsoi alla fine di ogni verso. Ma in quel contesto e con quel pubblico affamato di una guida che gli mostri la luce, diventa il simbolo di speranza di una generazione: “Uno strano battito m’invita a partire, forse è il cuore, o forse bussano alla porta. E quando mi volterò sulla soglia, dirò soltanto una parola: credici!”.
 
I restanti brani sono meno celebri ma tutti più o meno venerati. La maestria ormai raggiunta dai Kino è tutta spiegata negli estremi sonori toccati in questo album. Da un lato “Mesto dlya shaga vpered” (“Место для шага вперёд”), il loro primo brano dance, un gioiellino pop di programmazioni sintetiche, con una delle linee più articolate fra quelle composte dal bassista Igor Tikhomirov. Dall’altro l’ancestrale marcia folk “Aprel’” (“Апрель”), dove cori che sprofondano le proprie radici nella notte dei tempi scandiscono alcuni fra i versi più vividi di Tsoi: “E la neve cade simile a un muro, e la neve cade tutto il giorno, e dietro quel muro c’è aprile. Esso verrà e porterà con sé la primavera, e disperderà le schiere di nuvole grigie, e quando noi tutti guarderemo nei suoi occhi, dai suoi occhi ci guarderà la malinconia”.
 
Sull’onda del successo del disco, i Kino si presentarono il 24 giugno del 1990 allo stadio Luzhniki di Mosca, suonando davanti a sessantamila persone. Sarà però il loro ultimo concerto. Il 15 agosto, mentre tornava in auto da una giornata di pesca in Lettonia, Tsoi morì in un incidente. La nazione perse all’improvviso l’incarnazione di quella libertà che era ormai a un passo dall’essere agguantata. Per migliaia di giovani svanì il più grande punto di riferimento, alcuni arrivarono addirittura a suicidarsi. Guryanov, Kasparyan e Tikhomirov decisero di non poter continuare, sciogliendo la band nel gennaio del 1991, appena dopo aver pubblicato un ultimo leggendario album con la copertina nera e senza titolo, ottenuto dagli ultimi demo registrati da Tsoi.

(12/01/2020)

  • Tracklist
  1. Песня без слов (Pesnya bez slov)
  2. Звезда по имени Солнце (Zvezda po imeni Solntse)
  3. Невеселая песня (Neveselaya pesnya)
  4. Сказка (Skazka)
  5. Место для шага вперёд (Mesto dlya shaga vpered)
  6. Пачка сигарет (Pachka sigaret)
  7. Стук (Stuk)
  8. Печаль (Pechal')
  9. Апрель (Aprel')




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