Víctor Jara

El derecho de vivir en paz

1971 (Dicap) | nueva canción chilena

Víctor Jara rappresenta un raro caso di cantautore non anglofono che è diventato incidentalmente famoso fra gli appassionati di musica di ogni parte del mondo. L'evento che l'ha reso una leggenda di simili proporzioni è purtroppo tragico: si tratta infatti di una delle prime e più celebri vittime del regime di Augusto Pinochet. Venne ucciso appena cinque giorni dopo il golpe, dopo essere stato internato nello stadio nazionale del Cile, a Santiago (fu una delle quarantamila persone che vi transitarono, nei due mesi in cui venne utilizzato come campo di concentramento per i dissidenti politici).
Dopo essere stato torturato, venne ucciso a colpi di pistola da un manipolo di soldati agli ordini dell'ufficiale Edwin Dimter Bianchi, e in seguito gettato in una scarpata. Quando la moglie, Joan Turner, venne chiamata a riconoscerlo qualche giorno dopo, si ritrovò davanti a un corpo maciullato, con lacerazioni in ogni dove, segni di coltellate e vestiti a brandelli.

Vista l'enorme discussione politica che il golpe di Pinochet scatenò a livello internazionale, in particolare in Europa, non stupisce che Jara sia diventato uno dei simboli della vicenda. Senza la sua eliminazione fisica probabilmente il suo mito sarebbe oggi inferiore, così come sono infatti poco noti all'infuori del pubblico ispanofono grandi cantautori di estrazione socialista che hanno militato nei vari paesi dell'America latina in quell'epoca, dall'argentino Atahualpa Yupanqui al cubano Silvio Rodríguez. Il fatto che per ottenere notorietà all'infuori del proprio bacino linguistico, qualora non si canti in inglese, si debba finire vittima di uno degli eventi politici più tragici del Novecento, è triste indice del colonialismo culturale a cui il mondo post-bellico è soggetto. Per nostra fortuna, Jara è stato, ancor prima che un simbolo, un artista di altissimo livello.

Pubblicato nel 1971, "El derecho de vivir en paz" è il sesto album di Jara e si distingue dai precedenti per essere firmato quasi integralmente di proprio pugno, laddove nei precedenti almeno metà dello spazio era occupato da brani tradizionali o da cover di altri cantautori. Jara dismetteva così i panni di preservatore del patrimonio folcloristico locale per indossare quelli del cantautore moderno.
È bene ricordare, prima di fruire le sue opere senza conoscerne il contesto, che Jara fu iscritto al Partito Comunista del Cile e militò nella sua divisione giovanile. La sua ideologia era immersa nei valori che il comunismo contribuì a diffondere nell'America del Sud, e quindi decisamente antimperialista. Si faccia attenzione prima di bollarla come ingenua: il comunismo, in quanto movimento di portata mondiale, ha vissuto una diversa gamma di interpretazioni e si è trovato a interagire con situazioni molto diverse.
Così come può aver significato cose diverse già all'interno dello stesso paese (si pensi alla distanza fra Lenin e Stalin), da un continente all'altro poteva capitare che assumesse valenze addirittura opposte, almeno in alcuni ambiti. Se nella Cina maoista la rivalutazione del patrimonio folkloristico fu in realtà asservita all'indottrinamento delle masse, vedendosi a modificare forme e contenuti, in America del Sud viceversa i cantanti vicini al partito comunista riscoprirono con convinzione il repertorio folk, operando affinché potesse soppiantare la musica moderna proveniente dagli Stati Uniti, vista come simbolo dell'imperialismo capitalista.

Certo, pur operando con mezzi in apparenza opposti, sia per la Cina comunista, sia per la sua controparte cilena, era chiaro che il capitalismo fosse un problema: la differenza la fecero gli apparati statali. Quello cinese si rivelò solido, anche a causa dell'enorme capitale umano di cui il paese disponeva, e permise la costruzione di un governo autoritario capace di controllare in maniera capillare il suo pur enorme territorio. Il Cile invece era orientato a una interpretazione più moderata, che da un lato portò a un raro esempio di governo d'ispirazione marxista con struttura democratica, ma dall'altro si rivelò particolarmente fragile e suscettibile alle influenze dei servizi segreti statunitensi, che riuscirono infine ad abbatterlo appoggiando la salita al potere di Pinochet.

Per questo motivo è comprensibile come, in una situazione in cui l'Occidente rappresentava di fatto un motivo di instabilità per il proprio paese, Jara aprisse una sua canzone lodando la figura di Hồ Chí Minh in maniera apologetica: una scelta che a distanza di decenni, astratta dal suo contesto, potrebbe apparire criticabile, ma che all'epoca era invece perfettamente naturale per un cantautore impegnato cresciuto nelle campagne intorno a Santiago del Cile.
La canzone in questione è quella che dà il titolo all'album: "El derecho de vivir en paz".
Il diritto di vivere,
poeta Hồ Chí Minh,
che scuote dal Vietnam
tutta l'umanità,
nessun cannone cancellerà
il solco delle tue risaie,
il diritto di vivere in pace.
Non è ben chiaro chi suoni cosa nel disco, posto che Jara era per certo capace di metter mano alla chitarra e a vari cordofoni diffusi in America del Sud, come il tiple e il charango, coi loro tipici suoni acuti.
Nei ringraziamenti l'artista cita "Celso Garrido-Lecca, Ángel Parra, Patricio Castillo, Inti-Illimani, los Blops y el técnico Ángel Araos". La Fondazione Víctor Jara, voluta dalla vedova, ha tentato di ricostruire le attribuzioni, tramite ricerche di documenti e testimonianze, arrivando con certezza alla presenza dei Blops e di Parra (figlio di quella Violeta perno della musica folk cilena) nella title track, ancora dei Blops in "Abre la ventana", dei ben noti Inti-Illimani in "La partida" e del collega cantautore Castillo (già membro dei Quilapayún) in "Plegaria de un labrador". Il pianista e studioso del folkore sudamericano Garrido-Lecca pare non fosse invece presente alle incisioni, ma risulta coautore di "Vamos por ancho camino".

"El derecho de vivir en paz" è l'unica canzone del disco fortemente segnata dalla presenza di strumenti elettrici, per mano dei Blops. La band, guidata dal cantautore Eduardo Gatti, era uno dei nomi di punta del nascente folk rock andino. La fusione fra tradizione e rock avviene in maniera sorprendentemente sperimentale: la canzone ha un'introduzione acustica, mentre gli altri strumenti si aggiungono a poco a poco, generando un accumulo che sembra sfaldarne gradualmente la progressione, fino a un finale caotico dominato dal baccano dei piatti e da assoli elettrici che si intersecano.
Nessun altro brano è così estremo, per quanto in "Abre la ventana" tornino un gran dispiego di percussioni e un basso elettrico messo bene in evidenza nel mixaggio.
In "La partida" e "Vamos por ancho camino" spunta un flauto di Pan, mentre "El niño yuntero" si regge quasi esclusivamente su voce e chitarra. "A Cuba", dedicata a Fidel Castro, Che Guevara e José Martí, procede al passo di un tipico son cubano, sorretta da percussioni afrocubane. La reincisione della propria "Plegaria a un labrador", 45 giri del 1969, colpisce per gli improvvisi cambi di tono (da mesto a trionfante) e andamento (da lamento funebre a marcia), mentre "B.R.P." è dedicata a Ramona Parra (militante comunista uccisa nel 1946, a diciannove anni, durante una protesta repressa nel sangue dalle forze dell'ordine) e chiude l'album al suono di una parata militare, con tanto di tamburi marziali.

Il disco mostra insomma un catalogo di tutte le possibili declinazioni della canzone politica locale, da subito battezzata come nueva canción chilena (in linea con le simili scuole nazionali che andavano emergendo in tutti i paesi ispanofoni). La voce cristallina di Jara si adatta così al brano più minimalista e a quello più strutturato, al più placido e al più impetuoso, al più puro e al più contaminato. Il suo timbro angelico è così fiero che sembra quasi di poter comprendere le parole della moglie, quando si sofferma sull'espressione degli occhi - rimasti spalancati - con cui dovette confrontarsi durante il riconoscimento del cadavere.
Le canzoni, così profondamente intrise dello spirito del popolo cileno, sia nella musica, sia nelle parole che ne rivendicavano la libertà e l'orgoglio, ebbero un risconto immediato. Sono ancora una volta le parole di Joan Turner a illuminarci al meglio su cosa significò questo album per il Cile:
La voce esuberante di Víctor invase le radio in quel preciso momento, con un ritornello orecchiabile in cui accusava certa gente di non essere nulla, "né chicha né limonata"*, e invitandola a unirsi a lui, "dove le patate bruciano". Gli ascoltatori rimasero incantati e si unirono ritornello.
(*Titolo della decima canzone in scaletta. La chicha è una bevanda alcolica locale e l'espressione è in qualche modo intendibile come "né carne né pesce", ossia non schierato. "Dove le patate bruciano" è invece un ovvio riferimento alle classi sociali più povere del paese).

(29/11/2020)

  • Tracklist
  1. El derecho de vivir en paz
  2. Аbre la ventana
  3. La partida
  4. El niño yuntero
  5. Vamos por ancho camino
  6. A la molina no voy más
  7. A Cuba
  8. Las casitas del barrio alto
  9. El alma llena de banderas
  10. Ni chicha ni limoná
  11. Plegaria a un labrador
  12. B.R.P. (Brigada Ramona Parra)




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