Sondre Lerche

Two Way Monologue

2004 (Astral Weeks) | pop

Il successo non ha tardato a giungere per questo giovane e promettente norvegese di nome Sondre Lerche (sulla pronuncia del cui nome circolano le più bizzarre e variegate versioni), che a poco più di vent'anni gode già di un invidiabile apprezzamento da parte di critica e pubblico; due album all'attivo: "Faces Down" del 2002 e l'ultimo "Two Way Monologue" pubblicato nella primavera del 2004, quattro anni dopo aver ottenuto il primo contratto con la Virgin norvegese. La musica sembra essere da sempre il fulcro della vita dell'artista, segnata da una precocità davvero rimarchevole (le prime lezioni di chitarra a soli otto anni) e da un'inclinazione elettiva per il pop (Beach Boys, Burt Bacharach, ma anche quello degli 80 dei Prefab Sprout), stemperato in una vena acustica cantautoriale che rimanda ai maestri del genere come Nick Drake e Donovan.

"Two Way Monologue" si presenta come un album estremamente compatto, sorretto da lievi orchestrazioni ebbre di armonie cosmiche (sporcate qua e là da appena accennate deviazioni psichedeliche) e graffiate da una chitarra acustica che comunque, lungi dal prendere il sopravvento, si inserisce alla pari degli altri elementi nei delicati intarsi musicali del nostro, veri e propri manuali di architetture pop. I tre quarti d'ora dell'album scorrono veloci e leggeri, forse, ed è questo il problema, troppo leggeri. La sensazione è, infatti, almeno in chi scrive, che l'impeccabilità formale delle canzoni celi un certo algore della sostanza, non riuscendo se non raramente a smuovere nel profondo l'animo dell'ascoltatore, elemento, si sa, essenziale alla buona riuscita di un qualsivoglia pezzo pop; tutto ciò non si può dire per i testi, che rivelano una grande capacità espressiva (bizzarra e per questo arguta) e una sottile fondo malinconico che attraversa l'intero lavoro.

I pezzi più riusciti risultano alla fine l'omonima title track, ritmo incalzante scalfito da un'incisiva chitarra acustica e da parole leggiadre ("Inseguivamo i conigli sulla collina/ e la vita nei campi era magnifica, ma non reale"), la countreggiante e dolcissima "Stupid Memory", che si avvolge nelle sognanti spire di una danza dolce e leggera, e il malinconico arpeggio (posto in apertura e chiusura del pezzo) di "Days That Are Over". Per il resto, aleggia un senso di prevedibilità (assemblata con mestiere, comunque), che attraversa la languida "Track You Down", la noia psichedelica di "Wet Ground" e la fastidiosa sospensione atemporale della conclusiva "Maybe You're Gone".

L'irruenza emotiva del miglior Badly Drawn Boy o la geniale follia dei Beatles sono paesaggi lontani in una musica che privilegia un suono estremamente pulito e compatto (anche se al proprio interno ricco di un certo eclettismo) e che, pur rivelandosi promettente, non riesce a farsi amare come avrebbe dovuto (e potuto). Attendiamo curiosi il prossimo lavoro di questo giovane di Bergen, ma per il momento ci limitiamo a conferirgli una mancata sufficienza che speriamo in futuro venga ampiamente smentita.

(19/12/2006)

  • Tracklist
  1. Love You
  2. Track You Down
  3. On The Tower
  4. Two Way Monologue
  5. Days That Are Over
  6. Wet Ground
  7. Counter Spark
  8. It's Over
  9. Stupid Memory
  10. It's Too Late
  11. It's Our Job
  12. Maybe You're Gone
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