L’esordio, “No Kill No Beep Beep”, ha rappresentato uno degli apici dell’ultimo post-punk. L’originale, non l’annacquata proposta di alcune formazioni in circolazione in questi giorni. Fatto centro senza bisogno del secondo colpo, prima i Q And Not U sono passati da cinque a tre, poi, senza rinnegare nulla delle loro origini, hanno iniziato a preparare quella pozione dance-punk oggi venduta in diverse confezioni. Non fatevi ingannare: l’originale, quella col potere di farvi veramente muovere le chiappe, è solo griffata Dischord. Loro e gli El Guapo. Le ventate mediatiche questa considerazione potranno anche nasconderla, di certo non riusciranno a cancellarla.
“Power” ne è la conferma, legato fisiologicamente a “Different Damage” come “Fake French” si univa a “Super System”, con la differenza che qui il successore non sfigura rispetto a chi l’ha preceduto.
Synth ipnotici, ritmiche artistiche, chitarre filastroccheggianti, melodie vocali tra falsetto e rabbia urticante: questi gli ingredienti della vera pozione, quella che fa sculettare diffondendo il manifesto dell’hardcore più danzereccio griffato Washington. Si parla di funk, persuasivo e giustamente accondiscendente, stritolato da un’aggressività che nulla ha perso in immediatezza. Per conferme ascoltare “L.A.X.”. A colpire, però, è l’omogeneità di un album che volutamente spazia e spiazza: la favola per voce intitolata “Throw Back Your Head” (un po’ Blonde Redhead ?), gli anni Settanta di “Wonderful People”, la freschezza di “Wet Work”. Un tornado di creatività destinato a trasportarci verso chissà quali mete con lo smanioso delirio di “X-Polynation” e l’intenso disordine mentale della conclusiva “Tag-Tag”.
Un eclettismo, quello di Chris Richard, Harris Klahr e John Davis, da far invidia anche ai loro amici Pete Cafarella e Rafael Cohen (qui in veste di produttori). Genuina purezza e genetica predisposizione a inventare miscugli per un pubblico, in potenza, immenso. Ed è un peccato avere la (quasi) certezza che resteranno ancora un culto.
12/12/2006